Lettura de L’Ordine Politico delle Comunità di Adriano Olivetti

(da: “L’Acropoli”, III, 1, pp. 29-53. ISBN 88-498-0287-0)

1. La genesi

La storia esterna, la fortuna successiva e la ricezione de L’ordine politico delle comunità di Adriano Olivetti presentano aspetti singolari, che meritano un richiamo che preceda l’analisi.

Adriano Olivetti prese a scrivere alla fine del 1942. Il grosso e il finale del lavoro furono redatti durante l’esilio in Svizzera, tra la fine del ‘43 e i primi mesi del ‘45, La prima stampa fu a Samedan in Engadina, Svizzera; ma il copyright recitava, Nuove Edizioni Ivrea.

Adriano Olivetti era allora un uomo che entrava nella quarta decina dei suoi anni. Non era però soltanto il presidente a tutti gli effetti, dal 1938, della società metalmeccanica per la produzione di macchine per scrivere, fondata dal 1908 dal padre, l’ingegner Camillo (che sarebbe scomparso nel ‘45), e che lui aveva trasformato in una impresa moderna di dimensioni nazionali con ramificazioni all’estero, premessa di un’espansione che sarebbe stata senza confronti. Né era solo un ingegnere che aveva approfondito i contenuti dei suoi studi; un industriale che assumendo designers e grafici innovativi aveva dato inizio all’industrial design in Italia; un imprenditore che incaricando giovani architetti razionalisti di redarre lo studio urbanistico della Valle d’Aosta e di costruire nella piccola Ivrea un grande stabilimento moderno (e a Pozzuoli una fabbrica dalle cui vetrate entrasse il sole del Golfo di Napoli), aveva dato un impianto interamente nuovo al rapporto fra industria, pianificazione urbanistica, servizi ai lavoratori e alle loro famiglie.

Adriano Olivetti era tutte queste cose ed era anche un uomo che leggeva in solitudine e secondo intenzionalità. Gli autori citati nei punti-chiave de L’Ordine non erano allora molto noti: giuristi e costituzionalisti tedeschi, francesi e americani, i filosofi Jacques Maritain, Denis de Rougemont ed Emmanuel Mounier, Georges Gurvitch e l’economista Lionel Robbins. Ma anche Montesquieu, Rousseau, Benedetto Croce e Harold Laski. L’ebraismo della famiglia, peraltro mai praticato, si era mutato in unitarismo per Camillo, in cattolicesimo romano per Adriano.

Col crescere della costruzione dello Stato totalitario fascista, della corsa della Germania nazista alla guerra di conquista, insomma della crisi d’Europa e della guerra totale, Adriano aveva fatto crescere dentro di sé l’idea di una cultura che chiudesse con un’Italia che se ne andava in fiamme per trovare idee moderne e antiche insieme, capaci di creare un mondo nuovo. Nasce così a Milano la NEI, che sta per Nuove Edizioni Ivrea. Sono gli ultimi mesi del ‘41, i collaboratori a Milano sono Bobi Bazlen, Augusto Foà e il figlio Luciano; a Ivrea, Giorgio Fuà, Erich Linder, Leone Traverso, Cesare Musatti; altrove, Umberto Campagnolo, Ernesto Buonaiuti, Hermann Keyserling. Vengono assegnati i giudizi editoriali e le traduzioni, stesi i piani di pubblicazione. Si va dall’interesse per gli scritti di Walther Rathenau, industriale e ministro degli esteri di Weimar, agli spiritualisti tra cui Kierkegaard, ai pianificatori urbani come Le Corbusier. Viene stampato clandestinamente Riforma agraria, un manoscritto di Ernesto Rossi allora al confino a Ventotene.

In questo incrocio tra maturità personale e largo sguardo culturale e imprenditoriale sta il primo nucleo de L’ordine politico delle comunità. A sbozzolarlo provvederà il precipitarsi degli eventi.

La stesura di alcuni testi a carattere di riflessione personale e al tempo stesso di progetto politico impegna Adriano dalla fine del ‘42.

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