“Comunità Concreta”

“Tecnica delle riforme e tecniche della ragione. Le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti e il neoilluminismo italiano”, in “Impegno per la ragione. Il caso del neoilluminismo”, a cura di Walter Tega, il Mulino, Bologna, 2011, pp. 249-281. ISBN 978-88-15-15040-0.

“Presentazione di “Comunità concreta” – AIF Basilicata, Matera 4 marzo 2011

L’intellettuale diventato manager. Testimonianza per Renzo Zorzi

Renzo Zorzi, scomparso lo scorso 31 gennaio 2010 a 89 anni, era un uomo molto alto, dal naso ben definito, completato da occhiali dalla spessa montatura scura. Conservò a lungo capelli neri. Responsabile dalla metà degli anni Sessanta sino alla metà dei Novanta della Direzione Relazioni culturali Disegno industriale Pubblicità della Olivetti, nella quale era stato chiamato da Adriano Olivetti subito dopo la guerra, e in seguito consulente pur sempre con ampi uffici interni, Zorzi ebbe all’apogeo sotto di sé sino a 130 persone, la maggior parte di studi, di grado e di rango. Industrial design, grafica, architettura, editoria, pubblicità, comunicazione: questi i settori che fu chiamato a dirigere e per i quali doveva scegliere persone e indirizzi, vagliare proposte, approvare risultati. Compito che assolse con mano sicura: plasmato dalle grandi scelte iniziali di Adriano Olivetti e a sua volta plasmando lo “stile Olivetti” nel mondo.

Alla continuità di fondo aggiunse nel tempo un’accorta serie di integrazioni culturali, che gli venivano dalla sua formazione umanistica, coltivata a Milano o nelle letture tra le colline del Garda ma in realtà nata nel suo Veneto degli anni Quaranta. Studente di Lettere a Padova aveva partecipato alla Resistenza tra le fila di Giustizia e Libertà (Partito d’Azione). Al congedo era andato a lavorare a Torino in una Casa editrice piccola e combattiva, la De Silva fondata da Franco Antonicelli. Un giorno gli si presenta un signore dai modi contenuti che gli porge un manoscritto dicendo: alla Einaudi l’hanno rifiutato, veda lei. Sul primo foglio erano dattiloscritte queste parole: “Primo Levi/Se questo è un uomo”. Zorzi lo fa pubblicare – per inciso, non tornò quasi mai più su questa storia. Questo, anche, era Zorzi.

Amava assai poco apparire in pubblico e nient’affatto esibirsi nelle convention aziendali e nei congressi culturali. Preferiva coltivare rapporti bilaterali. Parlava breve e basso; per contro, scriveva periodi di quindici, venti e più righe la cui sintassi, di forma vagamente francese, si edificava senza mai avvitarsi, resa anzi più salda dalla sua stessa forza ascensionale. Il suo stile di lavoro dipendeva in larga parte dal carattere schivo e per forza di cose dal posizionamento aziendale: il “riporto”, come si diceva, direttamente dal Presidente della Società. Quindi, nell’ordine, Adriano Olivetti, Bruno Visentini, Carlo De Benedetti. Nell’intera storia dell’industria italiana non si ha conoscenza di nulla del genere. Non ci si stupirà se scrivo che praticamente fummo in molti della sua Direzione a non avere con lui se non contatti rari e ritrosi. Poiché erano agli antipodi di quella che più tardi si sarebbe chiamata la “politica degli annunci” o, più tardi ancora, “fare squadra”, le sue decisioni maturate al piano (sempre il più alto) di Palazzo Clerici, via Meravigli, via Caldera, e, per qualche tempo, anche all’ultimo piano del Palazzo Uffici 1 ad Ivrea, sembravano discendere dall’empireo sul corpo della società. E tuttavia a maggior ragione oggi, s’intende nella società italiana e internazionale di oggi, occorre dargli tutti i riconoscimenti che si merita. Se non proprio in tutti i segmenti dell’amplissimo spettro di contenuti cui doveva badare, certo nell’insieme e soprattutto nel cuore più vero, più importante, della vita attiva della Olivetti: la centralità della cultura. Zorzi colse l’esplicito messaggio di Adriano Olivetti e lo proseguì senza proclami e persino senza pedagogia. Per dire, era il responsabile delle Edizioni di Comunità e dopo aver fatto ripubblicare l’opera teorica di Adriano ossia L’Ordine politico delle Comunità, non fece altrettanto con gli altri suoi scritti né mise a piano le edizioni critiche, l’opera omnia ecc., che difatti mancano ancora oggi. Il suo passo fu costante; non ebbe tentennamenti né “stagioni”; nei confronti delle successive ”air du temps”, non ebbe a ben vedere giudizi reattivi, ebbe riflessi semiautomatici. Una coriacea diffidenza valoriale, che non escluse aggiustamenti ben temperati. Una generazione degli “adrianei” era ancora ben attiva nel dopoguerra (negli elenchi che sto per fare, so che sarò sommario). Nel design e nella grafica i grandi nomi erano Marcello Nizzoli e Giovanni Pintori, nell’architettura Luigi Figini e Luigi Pollini, Franco Albini e Franca Helg, gli architetti dello Studio BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peressutti, Rogers), Carlo Scarpa, Eduardo Vittoria, Ettorino Sottsass, Marco Zanuso, Egidio Bonfante e poi Louis Kahn, Egon Eiermann, James Stirling …. Zorzi man mano integrò il settore grafico con Franco Bassi e Walter Ballmer, aprendo cioè alla scuola svizzera. Fece realizzare il sistema di Corporate Identity, forse il primo in Italia. Nel design, oltre ad Ettore Sottsass, Mario Bellini e Rodolfo Bonetto; negli allestimenti e nella costruzione dell’Identità dell’Azienda, Hans von Klier; nel design Perry King e Santiago Miranda, a fianco di Sottsass. A Pier Paride Vidari fece realizzare un libro-album che era insieme catalogo e storia della Società. Tra i copywriter, a Franco Fortini fece succedere Giovanni Giudici. Tra gli architetti, confermò Zanuso e scelse Eiermann per la sede della Deutsche Olivetti a Francoforte, Cappai e Mainardis per Ivrea fuori di fabbrica. Nel primo caso, l’apice del razionalismo; nel secondo, nuovi colori e nuove forme. Cenni sommari…

Zorzi nel frattempo (un lungo tempo) dirigeva praticamente da solo la Casa editrice e la rivista, che sino a tutti gli Ottanta ebbero un loro profilo di alta cultura in una saggistica che si svolgeva tra gli studi sulle istituzioni e la critica d’arte: nell’una sentivi l’eredità di Adriano, nell’altra la passione di Zorzi. Più che nella Olivetti l’inner circle di Zorzi risiedeva infatti a Roma (Bruno Zevi), a Verona (Licisco Magagnato). Memorabile l’attacco che portò sulle colonne del “Sole 24 Ore” a Paolo Volponi che nel romanzo “Le mosche del capitale”, dedicato pur sempre ad Adriano Olivetti “maestro dell’industria mondiale”, aveva (o pareva) aver fustigato lotte intestine fra inapprezzabili alti dirigenti (Bruno Visentini?). Chi ha provato a rileggere il dossier tende a dar ragione a Volponi.

Fu forse nelle mostre che Zorzi diede le migliori prove di gusto, coraggio e senso dell’innovazione. Innanzitutto, NON erano sponsorizzazioni: una pratica cui aziende, banche ecc. diedero e danno innumerevoli prove di saper più solo staccare assegni. A prescindere cioè da competenze, approfondimenti, affinità. Le sue mostre Olivetti le pensò, organizzò in ogni parte, comunicò e portò nel mondo, essa e essa solo. Il che voleva dire: Renzo Zorzi, e i suoi diretti collaboratori. Cominciò con la mostra degli affreschi staccati dalle chiese di Firenze dopo l’alluvione del 1966 e continuò con la dimostrazione di come un personal computer Olivetti avvantaggiasse i professori di Architettura di Firenze a comprendere finalmente i calcoli del Brunelleschi per la cupola di S. Maria del Fiore in Firenze. A metà degli anni Settanta era un contributo tutt’altro che frequente. È a dire: la cultura di un’azienda che sa cos’è cultura è vicina all’arte nella tragedia. E, signori, sta nascendo l’informatica umanistica. Seguirono i restauri della Cappella Brancacci a Firenze (Masaccio, Masolino e Filippino Lippi), dell’Ultima Cena di Leonardo a Milano, di Spanzotti a Ivrea, altre ancora. Le mostre dei Cavalli di San Marco e del Tesoro, dei Vetri dei Cesari, dei cartoni di Mantegna a Londra, dissepolti dopo secoli, furono successi mondiali. La mostra dei Cavalli di San Marco si prolungò sino a Londra, New York, Città del Messico, Parigi, infine Milano. Piacquero l’originalità, la maestria, l’impeccabilità allestitiva. Ne fummo tutti orgogliosi. Come olivettiani e, perché no, come italiani.

Per questo è stato ingiusto prima ancora che triste che i giornali abbiano sbrigato la scomparsa di Renzo Zorzi come una notizia obbligata. Nell’articolo, peraltro corretto, di Arturo Colombo nel “Corriere della Sera”, i redattori sono perfino riusciti a sbagliare il titolo, “il manager che divenne intellettuale”. Lo era da sempre, e da dentro. Perfetta irriconoscenza da parte degli architetti, designer e grafici, dei loro Ordini e associazioni e riviste, delle amministrazioni pubbliche. Quasi che nel secondo Novecento lo splendore culturale d’Italia non abbia avuto in Zorzi uno dei suoi più fini registi. Un intellettuale che non sapeva soltanto organizzare, o dare il visto si stampi a scritti di altri. Aveva infatti narrato con ironia antiretorica la Resistenza in 500 quintali di sale (1962, per Feltrinelli) e nei racconti dell’Estate del Quarantadue (1988, per Rusconi). Due anni dopo, per Marsilio, i medaglioni tra Ottocento e Novecento (Nella trama della storia), e poco dopo una lunga introduzione a Sulla violenza di Hannah Arendt. Nel 1996, per Mondadori, una monografia su Cesare Beccaria, sottotitolo Il dramma della giustizia. Salvo il primo libro, che per il vero aveva superiori qualità letterarie, furono benevolmente fatti scivolar di fianco, quasi fossero storie di tempi andati. Parlavano invece della nostre contemporaneità, solo che l’autore assolutamente non voleva, o forse neanche sapeva, farsi notare per un appena un po’ alto timbro di voce. All’ultima intervista, raccolta da Manolo De Giorgi, Enrico Morteo e Alberto Saibene per la mostra torinese “Una bella società”, nel 2008, Renzo Zorzi volle far lui l’editing, benché la malattia avesse colpito lui, così amante delle arti della visione, proprio nella vista. E la dice lunga il fatto che si intitoli “conversazione” e che, leggiamo, non si dovesse fare un “chiacchericcio, anche se forse questo è un mio difetto che nemmeno questa volta è stato smentito”. Che sia insomma, quel testo, tutto un “a levare”. (da: www.olivettiani.com)

 

1. Adriano Olivetti. Pensiero opere legato

Comunicazione presentata al convegno “Adriano Olivetti “, organizzato dalle Spille d’oro a Ivrea il 16/12/2017.

I valori che Adriano Olivetti e la Olivetti hanno “legato” a noi sono sintetizzabili in tre idee fondamentali, tre parole-chiave: Persona, Lavoro, Cultura.

Persona è il protagonista della visione storica, sociale, antropologica di Adriano Olivetti e al dunque comunitaria. Nel suo “Ordine politico delle Comunità” (1945) leggiamo:
“La società individualista, egoista, che riteneva che il progresso economico e sociale fosse l’esclusiva conseguenza di spaventosi conflitti di interessi e di una continua sopraffazione dei forti sui deboli, la società polverizzata in atomi elementari o spietatamente accentrata nello Stato totalitario, è distrutta. Sulle sue rovine nasce una società umana, solidaristica, personalista: quella di una comunità

concreta.
La comunità è concreta perché è una misura umana entro la

quale comporre i conflitti in virtù del comune interesse morale e materiale. Il Lavoro per Adriano è la dimensione in cui l’uomo trova se stesso, la propria realizzazione. La fabbrica è per la Persona e non viceversa. Ecco la risposta alla domanda fondamentale di Adriano stesso (“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?”): “Il fine è l’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata a operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia

più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende…”.

È evidente che Cultura è sempre presente nelle definizioni e dinamiche di Persona e di Lavoro.

 

Perché “legato”? Legato è un bene lasciato in retaggio a persona diversa dall’erede. Ecco un approccio che si attaglia particolarmente bene all’espressione dei valori che Adriano Olivetti e la Olivetti hanno lasciato a noi e che noi intendiamo trasmettere alle generazioni future, qui rappresentate da studenti di Ivrea e dai loro docenti.

Legato dunque viene da una storia e nella processualità storica vive le sue alterne fortune. Giovanni Maggio ha scritto di “legato tradito”. È successo quando nuove proprietà e presidenze – bastino i nomi di Carlo De Benedetti, Roberto Colaninno, Marco Tronchetti Provera – hanno depauperato le energie della Società per venderla alla fine. Questo è l’olivetticidio.

E tuttavia della Olivetti si continua a parlare, a studiarla; la figura di Adriano Olivetti è ormai comunemente collocata tra le grandi personalità del Novecento italiano.

I suoi e nostri valori li sintetizzo ora in tre idee fondamentali, tre parole-chiave. Esse sono

la persona
il lavoro
la cultura
Vedremo, al termine, che ognuna reagisce sulle altre così da

formare un’unità sempre di nuovo aperta.

2.1 la persona

Persona non è l’individuo. Non è l’uomo-massa, né il lavoratore collettivizzato, né il consumatore. Non è la sola materialità dell’uomo. In filosofia, Persona è l’unità vivente di anima e corpo, di pensiero emozioni percezioni. È scelta, è libertà, è diritti civili e sociali inalienabili. Persona è relazione e quindi è relazione di relazioni.

Persona è il protagonista della visione storica, sociale, antropologica di Adriano Olivetti e al dunque comunitaria. Nel libro di filosofia civile e politica che Adriano scrisse nel forzato esilio in Svizzera – l’Ordine politico delle Comunità, pubblicato nel 1945 –

 

leggiamo
“La società individualista, egoista, che riteneva che il progresso economico e sociale fosse l’esclusiva conseguenza di spaventosi conflitti di interessi e di una continua sopraffazione dei forti sui deboli, la società polverizzata in atomi elementari o spietatamente accentrata nello Stato totalitario, è distrutta. Sulle sue rovine nasce una società umana, solidaristica, personalista: quella di una comunità concreta.

Persona e personalismo vengono dai filosofi francesi di prima

della guerra: Emmanuel Mounier, Jacques Maritain, Denis de Rougemont. Singolare lettura in solitario di un ingegnere che dirigeva una fabbrica metalmeccanica.

La comunità è concreta perché è una misura umana entro la quale comporre i conflitti in virtù del comune interesse morale e materiale. Per sfuggire ai mali della società contemporanea, che sono almeno la dissociazione fra etica cultura e tecnica e lo strapotere del denaro, Adriano propone una democrazia liberale in politica e socialista in economia, in cui prevalgano i valori spirituali (da qui la critica ai partiti in quanto rappresentanze parziali). Quanto a “spirituale”, ecco cosa vuol dire secondo Kant: spirito è ciò che vivifica, è slancio che si alimenta di sé, che fortifica le facoltà stesse da cui risulta.

2.2 il lavoro

Il lavoro per Adriano è la dimensione in cui l’uomo trova se stesso, la propria realizzazione, la crescita dei figli e della comunità, intesa come le Persone, i figli e i figli delle altre Persone.

Il lavoro è osservazione e studio (viaggio negli Usa, fondazione nel 1937 della rivista “Organizzazione del lavoro”, iniziativa del Piano regolatore della Valle d’Aosta). Il lavoro diventa cultura del lavoro e cultura dell’ambiente: le biblioteche di fabbrica, uniche in Italia.

La fabbrica è per la Persona e non viceversa: dalla fabbrica di via Jervis si devono vedere le Alpi, da quella di Pozzuoli “il golfo più singolare del mondo”. “La natura accompagna la vita della fabbrica”,

da qui la passione attiva di Adriano per l’urbanistica.
Adriano guarda sempre oltre se stesso e oltrepassa persino il

nerbo stesso della sua Società, la Meccanica. Raccoglie i suggerimenti di Enrico Fermi e di Alessandro Faedo rettore di Pisa, l’obiettivo è un calcolatore elettronico di medie dimensioni, per industrie e banche. Vuole solo giovani. Contemporaneamente investe nel Sud, senza aiuti statali.

Ecco la risposta alla sua stessa domanda (“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?”): “Il fine è l’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove [la persona] fu chiamata a operare, avviando quella regione verso un tipo

di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende…”

(Design di Ettore Sottsass: armadi che consentono alle persone di vedersi tra loro durante le ore di lavoro).

Non ripeterò vicende note, e tristi: vediamo un’immagine conclusiva della Olivetti negli anni di Adriano e nei vent’anni successivi:

È facile vedere che la cultura è sempre stata presente anche parlando di Persona e di Lavoro. Nell’Italia che si ricostruisce dopo la guerra Adriano non si preoccupa solo della ricostruzione materiale- industriale, ma anche di quella culturale, ossia civile e politica.

Adriano “pensava come un matematico e sentiva come un mistico”, così uno dei padri dell’Europa, Altiero Spinelli.

Il suo L’Ordine politico delle Comunità (1945) è una proposta di radicale trasformazione istituzionale ed etico-politica dell’Italia. Sarà continuata dal Movimento Comunità, dalla rivista “Comunità”, dalla Casa editrice Comunità.

Adriano scrive che i tre poteri del nuovo Stato dovranno essere: l’ideale democratico, le forze del lavoro, la cultura.

La cultura…“nel suo autentico significato di ricerca disinteressata di verità e bellezza, sarà l’elemento caratteristico della nuova società… acquisterà, come entità organizzata, un significato specifico di preparazione politica dottrinale e uno generale di conoscenza dei problemi superiori della umanità”. Così Adriano; e anni dopo Francesco Novara, “la fabbrica come comunità di spiriti liberi”.

Le Edizioni di Comunità se ne occuperanno a lungo e da qaulche anno è rinata, con ristampe e nuovi titoli.

In conclusione, nessuno di questi tre legati vive da solo; non è sconnesso dagli altri e non può esserlo: l’uno si integra nell’altro: la Olivetti è una circolarità, come aveva ben capito Marcello Nizzoli negli anni Cinquanta, disegnando il logotipo della Società: una spirale che si apre e non si chiude; bensì si apre verso il futuro. Lo studioso Pietro Trupia ha scritto, “Olivetti è una matrice insatura”, è a dire un elemento ispiratore non completato, un lavoro

ancora da finire.

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