Olivettiana

 

 

Emilio Renzi

Politecnico di Milano ­ Facoltà del Design

Adriano Olivetti. Imprenditore, comunitario, pensatore politico

Workshop Bocconi, 16 ­ 18 giugno 2011

1.

La vita activa di Adriano Olivetti – Un’ipotesi interpretativa

La relativa macchinosità del titolo della presente comunicazione si deve al tentativo di restituire i molteplici aspetti della vita activa di Adriano Olivetti – e ovviamente non ci riesce[1].

Nato nel 1901 e scomparso nel 1960, Adriano ricevette dal padre Camillo fondatore dell’azienda, la pratica della partecipazione degli operai, il socialismo turatiano-riformista e il senso religioso della responsabilità imprenditoriale. Presto spostò queste premesse verso l’avanti e più in alto e le riempì di nuovi contenuti, accompagnando il passaggio dal mainstream dell’età giolittiana alla modernizzazione degli anni Trenta e guidando il salto nella nuova Italia della ricostruzione, dell’adesione all’Europa e della concorrenza a scala mondiale. A quegli obiettivi mai dimenticati conferì un tale approfondimento, rinnovamento e fresca invenzione di obiettivi (e di risultati), da divenire una delle maggiori figure di imprenditore e di intellettuale italiano del mezzo Novecento. Un duplice profilo: e, in ambedue i profili, originale.

Per comprendere, definire e risolvere duplicità e originalità del profilo di Adriano Olivetti propongo una ipotesi interpretativa. Sostengo che tra i due profili ­ l’imprenditore, l’intellettuale ­ corse sempre una tensione polare, una dialettica. Non perfetta, naturalmente; variamente disposta lungo l’asse del tempo; sottoposta ai colpi e contraccolpi della storia; eppure riconoscibile per la costanza di invenzione nei picchi di marea montante, di reinvenzione nei valli di scacchi e avversità.

I «fuochi» di questa tensione polare di e in Adriano Olivetti furono:

1.1 ­ una idealità assiologica (dei valori, dei fini e dei relativi mezzi)

1.2 ­ una concretezza responsabile: ossia una tessitura fatta di intrapresa tecnologica, impegno sociale e (nelle sue parole) «metodo scientifico».

L’un «fuoco» e l’altro lavorarono in coppia, solidali. Una singolare complementarità, un mutuo scambio specie nei momenti di crisi – sociale e personale.

Completo l’ipotesi interpretativa: essa vuole (vorrebbe) servire a giustificare non solo il titolo ma la sottolineatura degli argomenti con cui cercherò di dimostrare una definizione di Adriano Olivetti che vuol contrapporsi ad alcune vulgatae, diffuse e facili come ogni vulgata: l’utopista o al contrario l’«imprenditore rosso»; o daccapo il paternalista ossia il corruttore; l’agnello di provincia tra i lupi romani; il mecenate di una corte di intellettuali validi e vanitosi ­ alla fine un «santino» da più solo venerare.

2.

Nei primi Trenta la dialettica idealità assiologica / concretezza responsabile si svolge tra organizzazione aziendale pratico-teorica / urbanistica

Le mosse iniziali di Adriano si inseriscono nel classico modulo dei viaggi di formazione degli industriali dell’Italia liberale: la Costa orientale e l’Est degli Stati Uniti in cui visita le fabbriche di macchine per scrivere, l’Inghilterra[2].

Anche la collaborazione con la rivista dell’ENIOS (Ente Nazionale per l’Organizzazione Scientifica del Lavoro), cui nel 1937 seguirà la fondazione della rivista Tecnica e organizzazione, rientra in uno dei climi culturali dell’industria dell’epoca: quello favorito dall’autarchia e dal corporativismo. Vi si avvertono però inconsuete spinte personali, come l’attenzione per l’assistenza sociale e per l’architettura industriale[3].

Decisamente inconsueta ­ perché unica ­ è la decisione, presa in autonomia, di radunare e anzi dirigere personalmente un gruppo di urbanisti, architetti e studiosi locali per la redazione di un piano urbanistico per la Valle d’Aosta. Il Canavese era stato allora immesso nella Provincia di Aosta.

Adriano ha colto che un’azienda ha rapporti organici con la natura, la popolazione, la cultura ecc. del territorio in cui insiste e che come l’azienda va razionalizzata e migliorata socialmente, così l’urbanistica va applicata a scala regionale e provinciale. Negli anni della Carta d’Atene, dei Congressi CIAMM e di Le Corbusier, non era un’intuizione di poco conto. (Nulla a che fare con i «villaggi operai» che molti industriali tra fine Ottocento e primi Novecento fecero costruire a corona e al servizio delle fabbriche, nel Nord Italia, Terni ecc.). È l’inizio di un concreto appassionamento destinato a durare per l’intera vita di Adriano e a esser rievocato ancora oggi come una stagione d’oro della cultura professionale e politica del costruire in Italia[4].

Compiamo ora un apparente passo indietro. Noi sappiamo anche della partecipazione di Adriano studente a Torino con articoli e incontri alle vicende del socialismo regionale e nazionale. Scriverà di aver assistito al fallimento dell’ultimo sciopero nazionale, alle disfatte del socialismo e della democrazia liberale:

Mi domandavo sin da allora perché la società avesse saputo trovare in molti campi forme di organizzazione di sorprendente efficienza e perché invece la struttura politica apparisse così poco adatta ad assolvere i suoi compiti[5].

La contraddizione tra «efficienza» e «inadeguatezza» (traduzione: tra concretezza e idealità valoriale) diventerà la domanda della vita. Per una vita cercherà di fornire risposte, concrete e «pensate» (frutto di riflessione progettuale). Che poi ci sia riuscito o no e dove sì e dove no, è altro discorso.

Si può annotare che in questa fase aurorale l’assillo valoriale prevale su quello dell’industriale fattivo.

3.

Nei secondi Trenta/primi Quaranta la dialettica idealità assiologica / concretezza responsabile si svolge tra studi sociopolitici / antifascismo attivo

Non sono solo le leggi razziali ad allontanare Adriano dalla vita pubblica, è una più profonda riflessione sull’età storica e sui compiti futuri (per inciso, gli Olivetti non sono più iscritti alla Comunità ebraica da tempo, Camillo è nome scelto dai genitori in omaggio a Cavour). È una fase di letture anche remote rispetto al «mestiere» di neo Presidente di una società metalmeccanica di 2-3 mila operai. I frutti se ne vedranno nel seguito.

Intraprende in prospettiva lunga. Fonda nel 1941 a Milano le Casa editrice NEI (Nuove Edizioni Ivrea). Prende contatti con gli ambienti antifascisti: i partiti clandestini, alcuni generali. La scelta è fatta: l’antifascismo è attivo (anche in questo Olivetti sarà unico o quasi rispetto ai colleghi industriali). Adriano traguarda lontano: all’Italia che dovrà essere ricostituita a guerra finita e dovrà esserlo in misura radicalmente diversa, in modalità formali e sostanziali contrapposte, nuove. Valide sia secondo una metodologia tecnica sia secondo uno spirito etico, id est assiologico.

Scrive proposte di riforme politiche, sociali, economiche, agrarie, ritrovate e pubblicate da Davide Cadeddu. I titoli sono indicativi dei contenuti e del metodo gradualistici: «Riforma politica, riforma sociale», «Memorandum sullo Stato Federale delle Comunità in Italia», «Dell’Ufficio Federale dei Piani», «La Comunità e la riforma agraria», «Stato federale», «Sicurezza e assistenza sociale»[6]. Tentativo di sintesi tramite lo studio preciso dei problemi nei modi in cui si presentano e nelle prospettive in cui si dovrebbe intervenire con decisione e secondo realismo.

In questa fase l’assillo valoriale non è patente ma, come vedremo, è a miccia lunga.

4.

Nel 1943-’45 la dialettica idealità assiologica / concretezza responsabile si esprime nell’opera di filosofia politica L’Ordine politico delle Comunità.

Scampato in Svizzera da Regina Coeli dove era stato rinchiuso «per comprovata intelligenza col nemico» (deliberatamente incontrato in Svizzera nella persona di Allen Dulles capo dello spionaggio Usa in Europa), Adriano tira le somme delle letture degli anni precedenti, delle riflessioni sull’epoca e degli incontri con altri esuli: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi, Ignazio Silone. Nel settembre del 1945 per i tipi della NEI è stampato L’ordine politico delle Comunità[7].

Grazie a essa Adriano Olivetti è stato recentemente inserito tra i «Costituenti ombra» ossia tra le personalità che in quegli anni si preoccuparono e occuparono di formulare proposte organiche per la «legge fondamentale» cui alla Costituente i partiti stavano provvedendo[8].

In effetti l’opera è due cose insieme. Certo, è l’argomentazione di come avrebbe dovuto essere la nuova Costituzione d’Italia; ma è anche il progetto, quanto mai completo, di una società comunitaria, che cioè si fonda ed edifica a partire dall’unità embrionale della convivenza e del potere che è la «Comunità». Se lo si vuol giudicare sotto il profilo della battaglia politica, non è un «manifesto», è un «progetto»

Il progetto è sostanziato di apporti culturali, riflessioni personali e articolazioni costruttive. Accoglie, restituisce e rielabora il senso profondo della Storia in divenire: la storia d’Europa tra le due guerre, la formazione degli Stati Uniti d’America. Anche per questo non è un’utopia. Se lo è, lo è in quanto idea che cerca i modi i tempi le risorse per diventare concreta.

Il pensiero di Adriano Olivetti si rifà a dichiarate matrici culturali: il personalismo e il comunitarismo dei filosofi francesi Emmanuel Mounier e Jacques Maritain; le riflessioni sul fallimento anche giuridico di Weimar; la sociologia di Gurvitsch; i federalisti della Costituzione americana. Come si vede, letture tutt’altro che usuali da parte di un imprenditore industriale tra i Trenta e i Quaranta. Letture condotte in solitaria ricerca.

Il comunitarismo di Olivetti non deriva affatto dalla storica formulazione di Ferdinand Tönnies in Gemeinschaft und Gesellschaft (1887)[9]. Viene propriamente da Maritain e dal suo umanitarismo e attenzione ai diritti umani; deriva da un giudizio positivo sul self-government anglosassone e forse anche dall’osservazione diretta della vita concreta del Cantone svizzero[10]. I tentativi (peraltro cessanti) di assimilare il comunitarismo di Olivetti alle teorie e pratiche dei communitarians americani e inglesi, per non dire al leghismo padano, non hanno fondamento [11].

Comunità si salda con «persona». Persona non è l’individuo atomistico del mercato conflittuale né il gregario dello Stato totalitario (fascistico o comunistico), è il cittadino (ogni uomo/ogni donna) intrinsecamente titolare di diritti universali inalienabili.

La società e lo Stato di Olivetti sono una costruzione che dalla Comunità come spazio di relazione e unità di autogoverno locale si eleva tramite il decentramento e il federalismo al regionalismo e all’Europa (quattro livelli o strutture allora non così ovvie o controverse come suonano oggi). Gli Stati nazionali andranno trasformati dall’interno. I poteri dello Stato comunitario sono tre: democrazia, lavoro, cultura.La democrazia è competenza ed eticità: alle cariche si accede per il combinato disposto di studi specifici/esperienze successive (è il significato del termine «Ordine») e per «comprovata moralità personale». In lunghi capitoli Adriano declina definizioni e modalità di funzionamento, condizioni di accesso, regolamenti elettorali, bicameralismo differenziato.

Che ne sarà allora della lotta politica? Il giudizio di Adriano sulle formazioni partitiche e sul sistema dei partiti è negativo: ne vede solo la conflittualità partigianistica e permanente. Il confronto si svolgerà «tra coerenti associazioni fondate su programmi concreti… fra una destra realista e una sinistra idealista, in cui consiste la vera essenza della lotta politica»[12].

«Lavoro» è inclusivo: la rappresentanza del lavoro va oltre le organizzazioni sindacali. Le maggiori proprietà industriali dovranno nel tempo diventare fondazioni a capitale quadripartito: la Comunità, i lavoratori (dirigenti, tecnici e manodopera), il sapere ossia l’Università più vicina. La quarta parte sarebbe restata agli azionisti storici ossia ai primi che avevano avuto l’idea e il coraggio di intraprendere (formula che in almeno due occasioni Adriano propose invano alla famiglia e ai partiti/sindacati di sinistra).

Infine, che cultura sia un potere dello Stato è, crediamo di poter dire, posizione senza precedenti né susseguenti, se la si intende correttamente ossia come potere autonomo dagli altri poteri. È il momento di rammentare che L’Ordine ha un sottotitolo: Le garanzie di libertà in uno stato socialista (poi mutato in Dello stato secondo le leggi dello spirito).

Benedetto Croce concederà che L’Ordine lo si poteva accogliere «come un nuovo sistema di educazione della classe dirigente, da sostituire o integrare con quello fondato sulle professioni liberali o sull’aristocrazia proprietaria o infine sulla carriera burocratica, propri in varia maniera degli stati moderni»[13]. Ricordiamo che l’anno successivo in Francia Charles De Gaulle fonderà l’É.N.A.[14]

Dunque nell’Ordine i valori si pongono come la cornice e la linfa onnipervasiva, mentre il disegno progettuale applicato a un fine concreto si esplica in tutte le sue potenzialità con una molto dettagliata metodica analitico-consequenziale.

5.

Dopo il 1946 e nei primi Cinquanta la dialettica idealità assiologica / concretezza responsabile si manifesta nella espansione industriale nel mondo / “Comunitarismo” (cultura, editoria, urbanistica)

Nel dopoguerra, diventando leva della ricostruzione e facendo leva sul Mercato comune europeo e sul boom, la Olivetti di Adriano Olivetti intraprende tali innovazioni di progetto, design, prodotti, tecniche di produzione e metodi di vendita, grafica, comunicazione pubblicitaria, da generare quello che è noto come «stile Olivetti» e da diventare nel proprio settore meccanico/elettromeccanico prima in Europa, seconda nel mondo[15].

Olivetti lascia il Partito socialista e l’Assemblea Costituente dove le sue idee erano state apprezzate solo da Luigi Einaudi e si applica a rifondare il rapporto cultura/politica (o idealità/prassi) dalla parte della cultura. Fonda così nel 1946-’47, tra Torino e Milano, la rivista Comunità, la Casa editrice Comunità, il Movimento Comunità.

Lo schema per rubriche di Comunità è eloquente: Politica Economia e Relazioni sociali; Urbanistica e Architettura; Filosofia Narrativa Poesia; Arti Figurative e Cinematografiche. Dapprima settimanale poi mensile, Comunità è una rivista a spettro ampio, ad alta leggibilità tipografica. Tra i collaboratori le personalità che saranno ritrovate sulle colonne del Mondo di Mario Pannunzio e del Giorno di Baldacci: Aldo Garosci, Leo Valiani, Umberto Segre, Luigi Meneghello, che si firmava Ugo Varnai. Critici letterari erano Franco Fortini, Giovanni Giudici, Geno Pampaloni; di economia scrivevano Claudio Napoleoni e Luciano Gallino, di sociologia Franco Ferrarotti. Ma anche inchieste sulla cultura nelle provincie, affidate a Carlo Cassola, Luciano Bianciardi, Antonio Pellizzari, Riccardo Musatti; e una rubrica di studi religiosi affidata a Carlo Falconi e Paolo Brezzi[16].

La casa editrice (come qualche anno dopo la bolognese il Mulino) pubblicherà solo saggistica, lungo alcuni filoni: Europa, comunitarismo nel mondo, organizzazione del lavoro, filosofia francese, filosofia e scienze sociali statunitensi. Ma pure Kierkegaard e Martin Buber. La collana dei Classici della sociologia fornisce alle sorgenti scienze sociali un bastione fondamentale[17].

Adriano coerentemente con le sue idee dell’anteguerra rifonda l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) e fa risorgere la rivista:

«Riprendendo il cammino, in questo lungo dopoguerra, rinasce “Urbanistica”… per uscire dalle tenebre e dal disordine dobbiamo rifarci da principio, riaffermare nella sua interezza il valore del metodo scientifico, l’essenzialità del coordinamento, onde all’uomo, nella sua integrità viva e spirituale, sia ridata una vita più conforme alle leggi di natura, non imprigionata e inservilita in una città dove pace e bellezza e ordine sono ormai da lungo tempo scomparsi… dopo la rottura di quella automatica unità e armonia che avevano conferito dignità e bellezza alle antiche città italiane e ai nostri borghi rurali, è compito della nuova civiltà ricondurre le nostre città e i nostri villaggi ad una armonia architettonica che i nuovi mezzi e i nuovi procedimenti di costruzione riusciranno a stabilire soltanto se si assoggettano a leggi spirituali» (A. Olivetti, Editoriale del n. 1, luglio-agosto 1949, di «Urbanistica»).

A Matera dove il problema è svuotare i Sassi e costruire case e habitat per la gente Adriano fa realizzare dall’architetto Ludovico Quaroni e previ studi socioantropologici il borgo La Martella come modello di un complesso che sia insieme abitativo, lavorativo e culturale. La burocrazia ministeriale lo lascerà a deperire dietro una curva[18].

6.

Nei secondi Cinquanta la dialettica idealità assiologica / concretezza responsabile si slabbra nella divaricazione tra mésalliance col potere / la maggiore innovazione tecnologica (l’elettronica)

Adriano torna ad avere rapporti col potere ma la sua stretta, severa concezione del nesso fini/mezzi o competenza/etica personale lo fa intransigente innanzitutto nei propri stessi confronti. Eletto sindaco della sua città dimissiona perché tocca con mano che le decisioni sono frenate dal prefetto ossia dal potere centrale. Presenta allora il Movimento Comunità alle politiche nazionali del 1958 ma risulta l’unico eletto. Il suo voto si somma all’astensione dei socialisti di Nenni nel permettere la nascita del primo ministero Fanfani ossia dell’«apertura a sinistra» o embrione del centro-sinistra organico. Tuttavia Olivetti verifica che la promessa riforma urbanistica non parte e quindi lascia lo scranno.

L’incontro con Enrico Fermi, con il rettore di Pisa Alessandro Faedo, con il matematico Mauro Picone di Roma funziona invece perfettamente. La vicenda della nascita dell’informatica (per usare il lessico odierno) italiana è ben lumeggiata ultimamente dai professori Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi e non farò certo il riassuntino di una gloria e sconfitta nazionale[19].

Ricordo solo che dal naufragio si salvò una pattuglia di giovani progettisti guidata da Piergiorgio Perotto che realizzò la Programma 101 (P101), primo desk computer al mondo, come scrissero gli americani alla presentazione a New York nel 1964[20]. E che a dedicarsi anima e corpo alla Divisione Elettronica della Olivetti fu infine il figlio di Adriano, Roberto, laureato alla Bocconi. L’ostilità domestica, l’incomprensione in Italia e in Europa, la morte più prematura di quella del padre stesso, ne fanno una dolente figura emblematica.

È in ogni caso interessante e istruttivo che l’annuncio di Adriano che «nel campo dell’elettronica, ove soltanto le più grandi fabbriche americane hanno da anni la precedenza, lavoriamo metodicamente da quattro anni dedicandoci a un ramo nuovo. Una nuova sezione di ricerca potrà sorgere nei prossimi anni per sviluppare gli aspetti scientifici dell’elettronica» (discorso di Natale del 1955), abbia un perfetto corrispettivo – una perfetta polarità – con il discorso per l’inaugurazione della fabbrica di Pozzuoli (1955): «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?» Certamente no: «Al di là dei principi della organizzazione aziendale», la trama ideale è «l’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove la Olivetti fu chiamata a operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra una vita più degna di essere vissuta».

7. Per una tipologia dell’intellettuale olivettiano

Tra il 1945 e il 1960 e per molti anni successivi, chi fu l’intellettuale olivettiano?

7.1 a parte subjecti

Gli intellettuali olivettiani furono tanti o pochi a seconda dell’unità di misura che si assume (per capirci: mondo cattolico, Partito comunista ecc.) e ovviamente ogni personalità è una storia a sé, ha avuto tragitti propri eccetera. Una possibile benché schematica identità è sintetizzabile nei tratti seguenti:

giovani (in ogni settore, aziendale o culturale che fosse, Adriano scelse quasi sempre collaboratori giovani). Minimi i casi di «redenzione» alla Togliatti[21];

competenze professionali non verticali, apertura alla cultura umanistica e tecnica, sino alla intercambiabilità (poeti come Franco Fortini e Giovanni Giudici incaricati di scrivere testi prosastici in dialogo con designer e ingegneri, il romanziere Paolo Volponi capo del personale negli anni della contestazione sindacale; il romanziere Ottiero Ottieri selezionatore di operai a Pozzuoli);

negli anni migliori, neolaureati assunti a «terne» (un ingegnere, un amministrativo, un umanista);

nessuna richiesta di fedeltà aziendale o ideologica (alcuni olivettiani erano «comunitari» altri no; Fortini era socialista di sinistra, Giudici cattocomunista; Ferrarotti e Geno Pampaloni e Renzo Zorzi erano comunitari ma le loro interpretazioni di Comunità non coincidevano affatto);

un’idea di «Verità» per cui la verità non è di Stato né di partito (né di razza, è appena il caso di dirlo) – è un valore che non si lega a una Trascendenza istituzionale bensì a una dignità e pratica spirituali ossia culturali – è il dono di una ricerca compiuta;

in un testo ufficiale del Movimento Comunità leggiamo:

È stata chiarita di recente la distinzione tra «politica culturale» (di cui è soggetto lo Stato, la cultura oggetto, e la libertà della cultura la vittima) e «politica della cultura» (in cui invece sono gli uomini di cultura i soggetti, che intervengono in quanto tali, nella vita politica).

Noi accettiamo questa distinzione per intendere l’espressione libertà della cultura in senso attivo: non soltanto quindi libertà dallo Stato, ma libertà nello Stato, libertà nell’impegno, libertà nella vita[22].

dove è evidente il riferimento alle tesi di Norberto Bobbio in Politica e cultura del 1952[23];

è laico ma non laicista; Olivetti ebbe scarse simpatie personali per quelli che allora venivano chiamati i «laici», perché li riteneva élitaristi.

7.2 a parte objecti

Chi erano i lettori della rivista Comunità?

Mi permetto una risposta ellittica, comparativistica, provocatoria e (spero) non irriguardosa:

chi leggeva Comunità scorreva Rinascita e non leggeva Critica marxista, mentre chi leggeva queste due riviste non sfiorava nemmeno Comunità;

leggeva Mondoperaio ma dopo il 1956/Ungheria (e viceversa);

leggeva Ragionamenti, Passato e Presente, Opinione, anche Problemi del socialismo di Lelio Basso, ossia le riviste del «revisionismo socialista» prima e dopo l’Ungheria;

leggeva Cronache sociali ma non la rivista dei Gesuiti (e non mancano ancora oggi cattolici conciliaristi che tengono Adriano Olivetti per uno dei loro);

le riviste di architettura, di arte e di arti applicate le leggeva tutte; ma anche Quaderni di sociologia, fondata da Nicola Abbagnano e Franco Ferrarotti e in seguito diretta da Luciano Gallino.

Pensava infine che il buon incontro tra Industria, Ricerca e Sapere (come fu quello a metà dei Cinquanta per l’elettronica tra Adriano Olivetti, Enrico Fermi, Alessandro Faedo e Mauro Picone) avrebbe potuto e dovuto diventare un ancora miglior incontro tra Industria, Ricerca, Sapere e Politica/Potere.

Emilio Renzi


[1] Per un inquadramento generale mi permetto di rimandare a E. Renzi, Comunità concreta. Le opere e il pensiero di Adriano Olivetti, Prefazione di G. Galasso, Alfredo Guida Editore, Napoli 2008.

[2] A. Olivetti, Lettere dall’America (agosto 1925-gennaio 1926) – Lettere da Londra (febbraio-marzo 1927), a cura di N. Crepax, in Fondazione Assi, Bologna, il Mulino – Annali di storia dell’impresa, 12 (2001), pp. 181-254.

[3] A. Olivetti, Civitas hominum. Scritti di urbanistica e di industria 1933-1943, a cura di G. Lupo, Nino Aragno Editore, Torino 2008.

[4] Nell’insieme: Costruire la città dell’uomo. Adriano Olivetti e l’urbanistica, a cura di A. Olmo, Presentazione di L. Olivetti, Edizioni di Comunità, Torino 2001.

[5] A. Olivetti, Appunti per la storia di una fabbrica, ne Il Ponte, 1949, ristampato in A. Olivetti, Società, Stato, Comunità, Comunità, Milano 1952.

[6] Cfr. A. Olivetti, Stato federale delle comunità. La riforma politica e sociale negli scritti inediti (1942-1945), Edizione critica a cura e con introduzione di D. Cadeddu, FrancoAngeli, Milano 2004.

[7] Ristampato nel 1946 dalle Edizioni di Comunità, che nel 1970 provvedono a una terza edizione con una Nota introduttiva di R. Zorzi. ­ Mi permetto di rimandare al mio saggio Lettura de L’Ordine politico delle comunità di Adriano Olivetti, ne L’Acropoli, III, 1 (febbraio 2002), pp. 29-53.

[8] Costituenti ombra. Altri luoghi e altre figure della cultura politica italiana (1943-48), a cura di A. Buratti e M. Fioravanti, Carocci, Roma 2010.

[9] Comunità e società, recente ristampa della traduzione presso Laterza, Roma-Bari 2011, a cura di M. Ricciardi.

[10] «Sull’esempio del Canton Ticino e dell’Engadina… il nome molto espressivo e umano di Vicinanza», L’Ordine…, cit., p. 72.

[11] Mi permetto di rinviare al mio scritto Chi sono gli amici e i nemici della Comunità,http://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/chi_sono_amici_nemici_comunita.pdf

[12] L’Ordine…., cit. p. 188.

[13] In una lettera da Aldo Garosci, cfr. B. Caizzi, Camillo e Adriano Olivetti, UTET, Torino 1962, p. 321.

[14] S. Ristuccia, Costruire le istituzioni della democrazia. La lezione di Adriano Olivetti, politico e teorico della politica, Marsilio, Venezia 2009, p. 116.

[15] Si vedano Uomini e lavoro alla Olivetti, a cura di F. Novara, R. Rozzi e R. Garruccio, Postfazione di G. Sapelli, Bruno Mondadori Editore, Milano 2005 e In me non c’è che un futuro. Ritratto di Adriano Olivetti, di M. Fasano, un libro e 2 DVD, Sattva Films, Bologna 2011.

[16] A. Saibene, Comunità, relazione al Convegno La milizia della cultura. Le riviste di cultura in Italia e in Europa dal 1945 al 1968, Fondazione Luigi Salvatorelli, Marsciano (PG), novembre 2010 (in corso di stampa).

[17] Adriano Olivetti e le Edizioni di Comunità (1946-1969), a cura di B. de’ Liguori Carino, Prefazione di D. De Masi, Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, Roma 2008. – Mi permetto di aggiungere E. Renzi, Tecnica delle riforme e tecniche della ragione. Le Edizioni Comunità di Adriano Olivetti e il neoilluminismo italiano, in AA.VV., Impegno per la ragione. Il caso del neoilluminismo, a cura di W. Tega, il Mulino, Bologna 2011, pp. 249-281.

[18] Cfr. Adriano Olivetti: il lascito. Urbanistica, architettura, design e industria, a cura di M. Piccinini, INU Edizioni, Roma 2011.

[19] A. Guerraggio e P. Nastasi, L’Italia degli scienziati. 150 anni di storia nazionale, Bruno Mondadori , Milano 2010.

[20] Il grande storico dell’industria Alfred D. Chandler riserva a una sola Società europea la Olivetti ­ un capitolo a sé nella sua fondamentale La rivoluzione elettronica. I protagonisti dell’elettronica e dell’informatica, trad. it. di M. Pacifico, Università Bocconi Editore, Milano 2003.

[21] M. Serri, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, Corbaccio, Milano 2009.

[22] Movimento Comunità, Dichiarazione politica, Milano, 1953, p. 28.

[23] N. Bobbio, Politica e cultura, Einaudi, Torino, 1955. Originato dai due appelli della Società europea di cultura fondata e diretta da Umberto Campagnolo, Venezia, novembre 1950.

L’intellettuale diventato manager. Testimonianza per Renzo Zorzi
Renzo Zorzi, scomparso lo scorso 31 gennaio 2010 a 89 anni, era un uomo molto alto, dal naso ben definito, completato da occhiali dalla spessa montatura scura. Conservò a lungo capelli neri. Responsabile dalla metà degli anni Sessanta sino alla metà dei Novanta della Direzione Relazioni culturali Disegno industriale Pubblicità della Olivetti, nella quale era stato chiamato da Adriano Olivetti subito dopo la guerra, e in seguito consulente pur sempre con ampi uffici interni, Zorzi ebbe all’apogeo sotto di sé sino a 130 persone, la maggior parte di studi, di grado e di rango. Industrial design, grafica, architettura, editoria, pubblicità, comunicazione: questi i settori che fu chiamato a dirigere e per i quali doveva scegliere persone e indirizzi, vagliare proposte, approvare risultati. Compito che assolse con mano sicura: plasmato dalle grandi scelte iniziali di Adriano Olivetti e a sua volta plasmando lo “stile Olivetti” nel mondo.
Alla continuità di fondo aggiunse nel tempo un’accorta serie di integrazioni culturali, che gli venivano dalla sua formazione umanistica, coltivata a Milano o nelle letture tra le colline del Garda ma in realtà nata nel suo Veneto degli anni Quaranta. Studente di Lettere a Padova aveva partecipato alla Resistenza tra le fila di Giustizia e Libertà (Partito d’Azione). Al congedo era andato a lavorare a Torino in una Casa editrice piccola e combattiva, la De Silva fondata da Franco
Antonicelli. Un giorno gli si presenta un signore dai modi contenuti che gli porge un manoscritto dicendo: alla Einaudi l’hanno rifiutato, veda lei. Sul primo foglio erano dattiloscritte queste parole: “Primo Levi/Se questo è un uomo”. Zorzi lo fa pubblicare – per inciso, non tornò quasi mai più su questa storia. Questo, anche, era Zorzi.
Amava assai poco apparire in pubblico e nient’affatto esibirsi nelle convention aziendali e nei congressi culturali. Preferiva coltivare rapporti bilaterali. Parlava breve e basso; per contro, scriveva periodi di quindici, venti e più righe la cui sintassi, di forma vagamente francese, si edificava senza mai avvitarsi, resa anzi più salda dalla sua stessa forza ascensionale. Il suo stile di lavoro dipendeva in larga parte dal carattere schivo e per forza di cose dal posizionamento aziendale: il “riporto”, come si diceva, direttamente dal Presidente della Società. Quindi, nell’ordine, Adriano Olivetti, Bruno Visentini, Carlo De Benedetti. Nell’intera storia dell’industria italiana non si ha conoscenza di nulla del genere. Non ci si stupirà se scrivo che praticamente fummo in molti della sua Direzione a non avere con lui se non contatti rari e ritrosi.
Poiché erano agli antipodi di quella che più tardi si sarebbe chiamata la “politica degli annunci” o, più tardi ancora, “fare squadra”, le sue decisioni maturate al piano (sempre il più alto) di Palazzo Clerici, via Meravigli, via Caldera, e, per qualche tempo, anche all’ultimo piano del Palazzo Uffici 1 ad Ivrea, sembravano discendere dall’empireo sul corpo della società. E tuttavia a maggior ragione oggi, s’intende nella società
italiana e internazionale di oggi, occorre dargli tutti i riconoscimenti che si merita. Se non proprio in tutti i segmenti dell’amplissimo spettro di contenuti cui doveva badare, certo nell’insieme e soprattutto nel cuore più vero, più importante, della vita attiva della Olivetti: la centralità della cultura.
Zorzi colse l’esplicito messaggio di Adriano Olivetti e lo proseguì senza proclami e persino senza pedagogia. Per dire, era il responsabile delle Edizioni di Comunità e dopo aver fatto ripubblicare l’opera teorica di Adriano ossia L’Ordine politico delle Comunità, non fece altrettanto con gli altri suoi scritti né mise a piano le edizioni critiche, l’opera omnia ecc., che difatti mancano ancora oggi. Il suo passo fu costante; non ebbe tentennamenti né “stagioni”; nei confronti delle successive ”air du temps”, non ebbe a ben vedere giudizi reattivi, ebbe riflessi semiautomatici. Una coriacea diffidenza valoriale, che non escluse aggiustamenti ben temperati.
Una generazione degli “adrianei” era ancora ben attiva nel dopoguerra (negli elenchi che sto per fare, so che sarò sommario). Nel design e nella grafica i grandi nomi erano Marcello Nizzoli e Giovanni Pintori, nell’architettura Luigi Figini e Luigi Pollini, Franco Albini e Franca Helg, gli architetti dello Studio BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peressutti, Rogers), Carlo Scarpa, Eduardo Vittoria, Ettorino Sottsass, Marco Zanuso, Egidio Bonfante e poi Louis Kahn, Egon Eiermann, James Stirling …. Zorzi man mano integrò il settore grafico con Franco Bassi e Walter Ballmer, aprendo cioè alla scuola svizzera. Fece realizzare
il sistema di Corporate Identity, forse il primo in Italia. Nel design, oltre ad Ettore Sottsass, Mario Bellini e Rodolfo Bonetto; negli allestimenti e nella costruzione dell’Identità dell’Azienda, Hans von Klier; nel design Perry King e Santiago Miranda, a fianco di Sottsass. A Pier Paride Vidari fece realizzare un libro-album che era insieme catalogo e storia della Società. Tra i copywriter, a Franco Fortini fece succedere Giovanni Giudici. Tra gli architetti, confermò Zanuso e scelse Eiermann per la sede della Deutsche Olivetti a Francoforte, Cappai e Mainardis per Ivrea fuori di fabbrica. Nel primo caso, l’apice del razionalismo; nel secondo, nuovi colori e nuove forme.
Cenni sommari… Zorzi nel frattempo un lungo tempo dirigeva praticamente da solo la Casa editrice e la rivista, che sino a tutti gli Ottanta ebbero un loro profilo di alta cultura in una saggistica che si svolgeva tra gli studi sulle istituzioni e la critica d’arte: nell’una sentivi l’eredità di Adriano, nell’altra la passione di Zorzi. Più che nella Olivetti l’inner circle di Zorzi risiedeva infatti a Roma (Bruno Zevi), a Verona (Licisco Magagnato). Memorabile l’attacco che portò sulle colonne del “Sole 24 Ore” a Paolo Volponi che nel romanzo “Le mosche del capitale”, dedicato pur sempre ad Adriano Olivetti “maestro dell’industria mondiale”, aveva (o pareva) aver fustigato lotte intestine fra inapprezzabili alti dirigenti (Bruno Visentini?). Chi ha provato a rileggere il dossier tende a dar ragione a Volponi.
Fu forse nelle mostre che Zorzi diede le migliori prove di gusto, coraggio e senso
dell’innovazione. Innanzitutto, NON erano sponsorizzazioni: una pratica cui aziende, banche ecc. diedero e danno innumerevoli prove di saper più solo staccare assegni. A prescindere cioè da competenze, approfondimenti, affinità. Le sue mostre Olivetti le pensò, organizzò in ogni parte, comunicò e portò nel mondo, essa e essa solo. Il che voleva dire: Renzo Zorzi, e i suoi diretti collaboratori.
Cominciò con la mostra degli affreschi staccati dalle chiese di Firenze dopo l’alluvione del 1966 e continuò con la dimostrazione di come un personal computer Olivetti avvantaggiasse i professori di Architettura di Firenze a comprendere finalmente i calcoli del Brunelleschi per la cupola di S. Maria del Fiore in Firenze. A metà degli anni Settanta era un contributo tutt’altro che frequente. È a dire: la cultura di un’azienda che sa cos’è cultura è vicina all’arte nella tragedia. E, signori, sta nascendo l’informatica umanistica. Seguirono i restauri della Cappella Brancacci a Firenze (Masaccio, Masolino e Filippino Lippi), dell’Ultima Cena di Leonardo a Milano, di Spanzotti a Ivrea, altre ancora.
Le mostre dei Cavalli di San Marco e del Tesoro, dei Vetri dei Cesari, dei cartoni di Mantegna a Londra, dissepolti dopo secoli, furono successi mondiali. La mostra dei Cavalli di San Marco si prolungò sino a Londra, New York, Città del Messico, Parigi, infine Milano. Piacquero l’originalità, la maestria, l’impeccabilità allestitiva. Ne fummo tutti orgogliosi. Come olivettiani e, perché no, come italiani.
Per questo è stato ingiusto prima ancora che triste che i giornali abbiano sbrigato la scomparsa di Renzo Zorzi come una notizia obbligata. Nell’articolo, peraltro corretto, di Arturo Colombo nel “Corriere della Sera”, i redattori sono perfino riusciti a sbagliare il titolo, “il manager che divenne intellettuale”. Lo era da sempre, e da dentro. Perfetta irriconoscenza da parte degli architetti, designer e grafici, dei loro Ordini e associazioni e riviste, delle amministrazioni pubbliche. Quasi che nel secondo Novecento lo splendore culturale d’Italia non abbia avuto in Zorzi uno dei suoi più fini registi.
Un intellettuale che non sapeva soltanto organizzare, o dare il visto si stampi a scritti di altri. Aveva infatti narrato con ironia antiretorica la Resistenza in 500 quintali di sale (1962, per Feltrinelli) e nei racconti dell’Estate del Quarantadue (1988, per Rusconi). Due anni dopo, per Marsilio, i medaglioni tra Ottocento e Novecento (Nella trama della storia), e poco dopo una lunga introduzione a Sulla violenza di Hannah Arendt. Nel 1996, per Mondadori, una monografia su Cesare Beccaria, sottotitolo Il dramma della giustizia. Salvo il primo libro, che per il vero aveva superiori qualità letterarie, furono benevolmente fatti scivolar di fianco, quasi fossero storie di tempi andati. Parlavano invece della nostre contemporaneità, solo che l’autore assolutamente non voleva, o forse neanche sapeva, farsi notare per un appena un po’ alto timbro di voce.
All’ultima intervista, raccolta da Manolo De Giorgi, Enrico Morteo e Alberto Saibene per la
mostra torinese “Una bella società”, nel 2008, Renzo Zorzi volle far lui l’editing, benché la malattia avesse colpito lui, così amante delle arti della visione, proprio nella vista. E la dice lunga il fatto che si intitoli “conversazione” e che, leggiamo, non si dovesse fare un “chiacchericcio, anche se forse questo è un mio difetto che nemmeno questa volta è stato smentito”. Che sia insomma, quel testo, tutto un “a levare”.
(da: www.olivettiani.com)

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