Persone nella storia

“La mia maestra”

La signorina Chiussi aveva capelli neri, caldi occhi scuri talvolta increspati da un sottile brivido di ansia, spalle tondeggianti, portamento fermo e gentile, maniere soccorrevoli e petto pieno.
Se indugio su confuse sensazioni di premura, autorità e calore, è perché era l‟inverno più cupo della storia d‟Italia, l‟ultimo inverno di guerra tra il 1944 e il „45. Un freddo implacabile era dovunque. Eravamo sfollati a Montecchio Maggiore, un paese allora quasi agricolo dove la strada tra Vicenza e Verona si apre alla curva verso la valle dell‟Agno, le fabbriche di Valdagno e le Prealpi. I miei compagni di classe tutti o quasi figli di contadini o di piccoli negozianti arrivavano a scuola avvolti in mantelline che avvolgevano cappotti infilati su maglioni fatti in casa, le teste chiuse nelle sciarpe. I materiali erano infimi, i colori indefinibili. Avevamo tutti i pantaloni corti perché si usava così. Le ginocchia erano rosse, le mani spesso tormentate dai geloni. C‟erano bambini che arrancavano portando tra le mani le bronse, in dialetto, ossia i piccoli tizzoni sul finire del focolare, non più brucianti e non ancora grigia cenere ma ugualmente ustionanti se non eri sveglio a farli volteggiare da una mano all‟altra. Se ne servivano poi i bidelli per accendere le stufe. C‟erano bambini che entravano con grande rumore perché calzavano le sgàlmare cioè gli zoccoli di legno ricavati a pezzo unico dai ceppi d‟albero. Se ne sarebbe ricordato vent‟anni dopo un regista, Ermanno Olmi.
Io e mio fratello minore eravamo vestiti un po‟ meglio. “Sfollati”, come si diceva, dai bombardamenti in città, vivevamo in affitto in una casa-villino sopraelevata di tre gradini da un giardinetto che nei pomeriggi costituiva il nostro Borneo e Malesia e isole caraibiche e pianure degli Irochesi. Io leggevo Salgari e condividevo i nomi e i riti con mio fratello, che mi aspettava e correva incontro con un sorriso che pareva uscire dai neri occhi a spillo. Mio padre andava a lavorare a Vicenza, col treno, e mia madre badava con sorridente calma a che fossimo passabilmente vestiti e nutriti. La vedo seduta in una rientranza della finestra che agita su e giù una bottiglia che contiene il latte comprato il mattino dai contadini. Dopo alcune ore diventava il burro per cucinare la cena.
La signorina Chiussi mi viene da dire che fosse romana, benché il cognome sia senza dubbio friulano. Ovviamente le due cose non si escludono, i friulani essendo grandi emigranti e Roma città ospitale. L‟attribuzione mi viene forse dal fatto che non aveva l‟accento del dialetto del posto. Il dialetto era come il freddo, e la quotidiana fatica di procurare il cibo a grandi e meno grandi: onnipresenti l‟uno e l‟altra. A non parlarlo, il dialetto, eravamo nell‟intera scuola in meno delle dita di due mani: noi due, i figli dei funzionari dello Stato, la maestra Chiussi (forse altri insegnanti ma non lo ricordo). I suoni ora gutturali ora, se non striduli, alti, mi colpivano in modo ambiguo: non mi piacevano ma nemmeno mi piaceva esserne escluso. Imparai a capire il dialetto ma non a parlarlo più tardi, e ora lo biascico freddo come una lingua straniera appresa scolasticamente. Quei bambini dai volti irregolari, predisposti a farsi chiamare irsuti, dai modi forti e bruschi, lesti a prendere a calci un simulacro di pallone sullo sterrato e tra i sassi del cortile scolastico, avrei voluto correre con loro ma non ci riuscivo: ero introverso e molto magro. Di loro infatti non ricordo un nome, un cognome.
Come facesse la signorina Chiussi a far tracciare le aste e allineare i numeri a quelle povere mani, a far compitare le lettere sui tabelloni colorati, le parole sul sussidiario, a far scrivere le frasi sui quaderni a interlinea grande, dalle copertine nere, non lo so eppure ci riusciva. Accorreva ai casi critici, rimproverava con dolcezza e dolcemente accompagnava a buon fine le stentate fatiche scrittorie, ripeteva e ripeteva interrompendosi solo per sorvegliare l‟andamento della stufa. Negli occhi, talvolta, un‟increspatura d‟ansia.
Una volta fu annunciata la visita, meglio l‟ispezione, di un pezzo grosso: il federale, il podestà, chissà. A noi era stato distribuito appena la doppia bandoliera bianca incrociata sul petto: in quel punto veniva aggraffata la metallica “emme” che riproduceva il monogramma mussoliniano nella sua stessa grafia. Così addobbati e nominati Balilla, attendemmo l‟evento. Anche i bambini notoriamente più mercuriali, quelli rossini di capelli, sedevano buoni. La maestra aveva istruito proprio me, che in qualità di “bravo” sedevo nel primo banco vicino alla porta, a dare il “ritti!” o ad andare incontro alle autorità o qualcosa del genere. L‟emozione fu più forte delle mute occhiate disperate che mi giungevano dalla maestra e non feci nulla. Cacciato a fine giornata nell‟ultimo banco fui riammesso nelle prime file qualche giorno dopo per merito di letture eseguite senza flessioni dialettali.
L‟altra faccia del freddo era la guerra. Il fronte era lontano e i bombardamenti andavano sulle città ma qualcosa sfiorò anche noi. In paese si era installato il Ministero della Marina di Salò ed erano stati montate le baracche di una guarnigione della Decima Mas. Una delle ragazze della famiglia dove alloggiavamo – si chiamava Gianna e la permanente le alzava i capelli a cuspide sulla testa – aveva un fidanzato che si chiamava Romeo e che si era arruolato in quel reparto. Una sera arrivò con il mitra e le giberne per accogliere i lunghi caricatori, il basco alla Raffaello portato indietro sulla fronte. Disse che la mattina presto sarebbe partito per un rastrellamento.
Alla fine dell‟inverno mi ammalai di forti dolori alla gola e il dottore decretò che bisognava togliere le adenoidi e le tonsille. Allora usava così. Un medico mi avrebbe operato a Valdagno. Il trenino sul quale viaggiavamo la mamma e io fu avvistato da “Pippo” – l‟aeroplanino degli Alleati che volteggiava di giorno sopra strade e città, per mandare informazioni ai suoi e per rendere manifesto a tutti a chi appartenesse il pieno dominio del cielo. Pippo si abbassò e mitragliò. Dal treno fermo in aperta campagna ruzzolammo tutti sulle massicciate, sotto i cespugli, la mamma stringeva forte la mia mano ma non gridava. Dopo un po‟ il viaggio riprese, non c‟era stato nulla di eccezionale. “Un maschio non piange mai”, disse chiaro e forte il medico quando incominciai ad agitarmi perché due sue dita avevano cominciato a strapparmi – al vivo, s‟intende – le tonsille in fondo alla gola. Così feci e quella frase ha segnato la mia vita. A scuola la maestra Chiussi mi accolse stringendomi al petto.
A inizio primavera cominciarono a sentirsi voci e storie che non capivo bene. Nelle mattine di sole correvamo fuori dalle aule attirati dal rombo degli aerei che passavano in vaste formazioni dirette a Nord: il passo del Brennero, la Germania… I grandi bombardieri brillavano al sole, lanciavano strisce argentate per disturbare i sistemi di avvistamento dei tedeschi, insomma sembrava una festa. I bambini intonavano una canzoncina di loro invenzione, indubitabilmente spontanea e sincera:

Oh Madona benedeta
fa cascare una bombeta
su ‘sta scola maledeta

rigorosamente senza le doppie come vuole il dialetto veneto. La signorina Chiussi ci riportava dentro con premura, senza alzare la voce. Ignoro se fosse sposata e credo che non avesse figli, ma allora la privacy non era una legge ma una consuetudine osservata.
Alla fine venne primavera piena, ci furono due o tre giorni convulsi, corremmo sullo stradone a veder passare le autoblindo dei neozelandesi, erano la cosa più bella che si fosse mai vista. Raccogliemmo le caramelle che i soldati dal basco nero gettavano dall‟alto delle torrette, erano di un modello mai visto: avevano il buco al centro. Le bandoliere e la “emme” furono bruciate, Gianna non sorrideva più, era pallida. L‟accampamento della Decima fu saccheggiato dai contadini in maniera scientifica, furono smontati gli infissi e raccolte anche le viti, il paese si riempì di panno blu della Marina. Vidi un mio compagno che stringeva tra le braccia uno scarpone militare e cercava piangendo di completare il paio.
Per rientrare in città non ci fu, a quanto pare, altro mezzo che un carro agricolo trainato da buoi, sul quale fummo innalzati noi, qualche mobile e le valigie. Il giorno prima la mamma ci aveva portato a salutare la signorina Chiussi. Fu prodiga di carezze e di complimenti ma senza quelle smancerie che dopo un po‟ fanno arretrare la testa ai bambini.
Partimmo all‟alba, era divertente. Passammo di fronte alla farmacia del paese. La farmacista e mia madre erano diventate amiche. Ci furono i saluti e si affacciarono le sue due bambine. La maggiore aveva il riso facile, la minore parlava meno ed era raccolta in un vestitino che mi piacque. Il suo sguardo intenso mi parve che guardasse prevalentemente me e io mi accorsi che stavo guardando molto lei.
Arrivammo la sera, accolti da papà che aveva riaperto la casa. Ci disse che si era informato sulla nuova scuola. Era vicina, in piazza S. Francesco, era stata usata come caserma e mancavano tutti i vetri, sostituiti da cartoni azzurri. Gli scolari maschi avrebbero avuto maestri.
Milano, febbraio 2003 – Copia inviata all‟Archivio dei diari di Pieve S. Stefano (Arezzo)

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Berlino contromuro

Germania 1985
(dal Diario di viaggio dell’estate 1985)

Da Praga attraversamento della DDR con il transit per raggiungere Berlino Ovest. La via permessa è un’autostrada chsi snoda per campagne che sembrano deserte, fa un giro largo rispetto a Dresda e verso la fine attraversa boschi e foreste. È il Brandeburgo, tra noi diciamo Prussia, scolasticamente. A lunghi intervalli leggiamo una piccola freccia, transit. Con il tramonto scende una breve pioggia e dai boschi si alza una nebbia rada e volatile. Finalmente un palo con molti cartelli e nomi: ora transit è scomparso, sostituito da zentrum.
Qualche casa isolata, lunghi viali di casamenti intervallati da ruderi, terrains vagues, alberi sempre più radi. Ci facciamo guidare da zentrum. Un angolo, un altro angolo ancora… ed ecco, illuminata a giorno, la Porta di Brandeburgo, le sue colonne, la quadriga sull’architrave. Lo stupore si prende tutta l’attenzione. A fatica vediamo dietro la Porta una sottile linea grigia scandita da punti di luce forti e direzionati: è il Muro.
Solo quando dobbiamo arrestarci a quello che con ogni evidenza è un posto di blocco nel Muro e vediamo affacciarsi dalla garitta un militare ricoperto da una mantella lunga sino ai piedi, elmetto in testa e fucile con baionetta innestata, capiamo che è un Vopo. Capiamo soprattutto che siamo nella parte Est di Berlino. Siamo entrati dalla parte sbagliata e siamo nella zona interdetta. Il resto della scena è rapido: richiesta e sequestro dei passaporti, restituzione con urla, bruschi gesti di allontanamento.
Occorre tornare indietro e velocemente, ma non riusciamo a ricostruire il percorso. Quartieri grigi, deserti, illuminati male. Incontriamo solo un gruppo di ragazzini, in motorino. Uno parla inglese. Chiediamo di portarci a un passaggio per Berlino Ovest e sullo slancio gli diamo cinque dollari. Al posto di blocco un Vopo ci informa che è un passaggio per berlinesi appiedati, non per stranieri motorizzati. È giovane e calmo: sorride e insiste, ring, ring.
Dunque bisogna cercare di raggiungere la circonvallazione esterna e ritrovare transit. Ora è tutto chiaro, zentrum voleva dire il centro di Berlino Est. Dovevamo saperlo, Berlino è una città circondata. È il fuoco di un assedio.
Non abbiamo piante. Non esistono carte di Berlino Est o quantomeno a Milano, a Praga, non le avevamo trovate.
Un ciclista. Per risponderci si ferma, smonta. Con voce di vino biascica ring, ring. Lo lasciamo che non riesce a risalire in sella.
Il caso e il cartello Flughafen, aeroporto, ci portano a un grande parcheggio, con qualche remoto segno di persone, di automobili in movimento. Paolo guida piano, è concentrato. Per questo avverte da lontano la luce di un lampeggiante. “Mo’ buoni, la polizia.”
Sequestro dei passaporti. Il tono è sommesso, l’inglese stentato. Sottofondo delle chiamate dalla radio di bordo. Una, due persone si accostano. Restano nella penombra, parlottano col poliziotto. Si allontanano, tornano, vanno via. Contrabbandieri, informatori? Poi non c’è più tempo per pensare, occorre contare i soldi della multa. È il minimo, sussurra l’uomo. Gli crediamo sulla parola e accettiamo senza discutere il suo calcolo del cambio perché ha ottenuto che ci porterà al punto di svincolo per il ring.
È un lungo tempo attraverso strade non illuminate ma ecco di nuovo transit.
Cominciano con progressione sinistra i segni dell’uscita dalla DDR per Berlino Ovest. Recinzioni ai bordi della strada, torri alte in legno e ferro, torri più basse. Si intravedono le sentinelle, le armi, le antenne radio. Fari e fanali, altre garitte e filo spinato, cavalli di frisia posti a far stringere verso il posto di blocco segnato da un grande cartello: Checkpoint Beta.
Forse un qualche avviso ingiunge di procedere piano e forse no; farlo, vien naturale a Paolo. L’amaro sorriso di Rodolfo e le sussurrate raccomandazioni di Stefania sono inutili.
Sequestro dei passaporti, attesa di alcuni buoni minuti. Sgarbati segni di procedere. Si passa sotto un traliccio di luci che illuminano a giorno l’interno dell’auto. Blocchi di cemento scandiscono con innegabile funzionalità il percorso obbligato. Alla seconda barriera, quella doganale, bruschi gesti obbligano a una retromarcia. “È arrivata la segnalazione della multa, della visita alla Porta di Brandeburgo, mo’ ci smontano da capo a fondo…”. L’attesa della restituzione dei passaporti è lunga, la trascorriamo senza voglia di scherzi. Il via finale è senza spiegazioni.
È una progressione colorata la corsa a Berlino Ovest. Edifici sempre più fitti, insegne luminose, alte, molti sgargianti colori, automobili e persone e motociclette. Locali che chiamano, negozi, cinema e X-cinema, nomadismo urbano, voci che entrano dai finestrini ora abbassati. Sono le luci di Kurfürstendammstrasse. In albergo la registrazione e restituzione dei passaporti sono immediate. Un McDonald è lì vicino, dice il portiere. Già, perché sono le tre di una notte calda, acchiappare il sonno non sarà facile.
L’indomani un foglio in bacheca ci fa la lezione. Per entrare in Berlino Ovest da Occidente si transita solo per Checkpoint Alfa; da Oriente e da Sud per Checkpoint Beta. Il passaggio in auto tra le due città avviene attraverso Checkpoint Charlie. In aereo, occorre cambiare a Francoforte e solo tramite le compagnie di bandiera delle quattro nazioni che hanno vinto la guerra. Sono elencate le facilitazioni a vantaggio dei residenti nell’una e nell’altra Berlino. Uno degli effetti della Ostpolitik di Willy Brandt.

Friburgo. L’Università e il posto dove tutti torniamo

Nell’atrio ottocentesco dell’Università storica, tra bacheche e fogli appesi, cerco la targa Husserl Archiv. Si è subito in una stanzetta in penombra. La giovane ricercatrice appare circonfusa di gentilezza, si alza in piedi quasi mi aspettasse, sorride. Mi fa intravedere i manoscritti di Husserl su cui sta lavorando, la sua irta idiografia. Mi guardo all’intorno, su una parete un ritratto a olio del filosofo, su una porta una targhetta: Edith Stein. Non capisco bene se era il suo studio o se è una stanza in cui hanno raccolto le sue carte, i libri. Husserl, dice la ricercatrice, è sepolto in un cimitero che è poco fuori città. È sempre aperto, mi dice, e conclude: “Tram numero 5”.
Il cimitero è a filo strada, il tassista fa fatica a trovare lo spazio per aspettarmi. Una volta entrato, il silenzio torna subito. Non vedo la guardiola. Dall’ingresso, alle mie spalle, arriva un uomo di mezza età; alla mia domanda sorride, quasi fosse venuto lì a soccorrermi, aspettarmi.
La tomba è un tumulo a terra, accostato a un muro divisorio coperto da rampicanti e piante non curate. La lapide è alta e semplice, non ha nessun fregio né segno religioso; porta incisi i nomi e le date del filosofo, della moglie Malvine, scomparsa nel 1950, del figlio Gerhard, scomparso nel 1973.
Tutto mi sembra piccolo, pulito. La facciata della chiesa dà sulla strada, l’edificio ha tre finestre superiori, qualcosa come un romanico dell’Ottocento. Sull’intonaco liscio spicca solo il barrocchetto del portale.

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