Taccuini

 

Emilio Renzi

“Nella risacca della storia. Servitù e grandezza della vita militare di Alfred de Vigny”

versione 30 giugno 2013

1. Un’opera in più racconti

Servitù e grandezza della vita militare di Alfred de Vigny (1797-1863) è un’opera apparsa in origine sotto forma di tre lunghi racconti pubblicati nella “Revue des Deux Mondes” tra il 1833 e il 1835 e in quell’anno raccolti in volume. Appartiene dunque alla stagione del Romanticismo e della Restaurazione europea[1].

L’opera ha una struttura solo apparentemente semplice. Tre parti o Libri: due sulla “Servitù”, il terzo sulla “Grandezza”. All’incirca, pari tra loro.

È una struttura che potremmo definire trina quanto alle arcate narrative, poiché ogni Libro contiene uno o più racconti, autonomi rispetto agli altri, e unitaria grazie al contenuto che corre da un capo all’altro[2]. Il contenuto consiste a ben vedere in una pervasiva atmosfera di tensione tra la storia e la morale, tra una società che cerca di creare di nuovo se stessa dopo la folgorante parabola napoleonica, e una etica del Dovere che, come vedremo, è l’essenza della polarità tra “servitù” e “grandezza” nella “vita militare”.

La vita sotto le armi di Alfred de Vigny ebbe una fulminea “falsa partenza” e un più lungo, monotono e deludente tracciato, cui man mano de Vigny sovrappose una ricerca di poeta e di prosatore, che culminò in una semiappartata gloria cui rese omaggio Charles Baudelaire andando a fargli visita sul letto di morte. Al romanzo storico Cinq-Mars, del 1826, fece seguire il racconto Stello, del 1832, nel quale de Vigny definì il poeta un “paria della società”, la cui salvezza sta nell’appartarsi dalla vita politica e sociale. In questa prospettiva de Vigny vedeva coincidere la figura del poeta e quella del soldato.

“Appartengo” – fa dire a e di stesso Alfred de Vigny nel testo iniziale del primo Libro ­ “alla generazione che, nata col secolo e nutrita di bollettini di guerra dell’imperatore, aveva sempre davanti agli occhi una spada sguainata, spada che arrivò a impugnare solo quando la Francia stava per riporla nel fodero dei Borboni” (pag. 7).

Vi sono passi, in queste prime pagine, che sono giustamente famosi. Parafrasarli sarebbe riduttivo: “Mi trovai a essere, verso la fine dell’Impero, un liceale svagato. Sentivamo la guerra come una viva presenza dentro il collegio; il tamburo copriva la voce dei maestri, e la voce misteriosa dei libri ci appariva come un linguaggio freddo e pedantesco. I logaritmi e i tropi ci apparivano come dei gradini per ascendere alla stella della Legion d’onore, l’astro più bello del firmamento, per dei ragazzi” (pagg. 11-12).

            Ai proclami e alle voci altisonanti seguirono però le attese irrisolte. Fui, scrive de Vigny, “spettatore più che attore” (pag. 7). E ascoltatore di una storia è il narratore del racconto del primo Libro, “Lauretta e il sigillo rosso”.

            Nella fuga dell’Esercito borbonico da Parigi verso Arras e il Belgio, incalzato dalla ritornante Armée di Napoleone fuggito dall’Elba, un vecchio ufficiale assiso su una carretta racconta di esser stato comandato dal Direttorio, vent’anni prima, a trasportare sulla sua nave dei condannati alla Caienna. Alla partenza gli fu consegnata una lettera chiusa da un sigillo rosso, da aprire in alto mare. Quando lo fa, legge che dovrà procedere alla fucilazione di uno dei condannati, un giovane la cui colpa è aver scritto versi irridenti i rivoluzionari. Il giovane era stato imbarcato con la fidanzata, Lauretta; una corrente di simpatia era nata tra il capitano e i due; e, afferma il capitano, (ossia, com’è chiaro, de Vigny stesso), vi sono “doveri odiosi”, che esigono abnegazione. La ragazza impazzirà; l’ufficiale andrà a riprenderla dai genitori quando stava per essere rinchiusa al manicomio di Charenton; la porterà con sé in tutte le campagne dell’Imperatore, su una carretta. Infine il racconto, per così dire “di secondo grado”, si salda nel racconto principale: anni dopo, il narratore, a sua volta diventato vecchio ufficiale, saprà che la donna sopravissuta alla Beresina (“i pazzi non si ammalano mai”, pag. 57), era morta di crepacuore all’ospedale di Amiens, tre giorni dopo che il salvatore era stato steso da una palla a Waterloo.

Un richiamo a una vicenda dell’epoca raccorda la conclusione del primo Libro all’inizio del secondo: era morto di dolore anche un capitano di marina che aveva obbedito all’ordine del Comitato di Salute pubblica di fucilare gli inglesi catturati in mare. De Vigny pone il problema: “giungerà mai una legge che in tali circostanze accordi il Dovere e la Coscienza?” (pagg. 65-66).

Il secondo Libro ha appunto a tema “La responsabilità” e contiene il racconto “La veglia di Vincennes”. ­ Nella spianata del forte di Vincennes presso Parigi due giovani tenenti passeggiano, discutono del Politecnico e di astronomia e di Laplace… i furori della Rivoluzione e dell’età napoleonica sono evidentemente alle spalle. Questi ufficiali non vengono dalla gavetta ma dalle Accademie professionali. Viceversa l’anziano sottufficiale che incontrano viene proprio da quel mondo. Il suo scrupoloso andirivieni nel controllare che la polveriera sia in sicurezza e che le quantità di esplosivi corrispondano ai registri, è interrotta dalla narrazione della vita che l’ha portato sin là. Un racconto, anche questo diciamo “di grado due”, si incastona dunque nel racconto principale. Da giovane recluta aveva incontrato una fanciulla che aveva potuto sposare grazie all’incoraggiamento della regina e della principessa di Lamballe, che l’avevano voluta in una recita. Un acquerello di grazia settecentesca precede la tragedia: un’esplosione terribile che si fa avvertire sino a Parigi scuote il forte; nell’ispezione il sottufficiale aveva contravvenuto alle norme regolamentari servendosi di un lume e sotto il portello era rimasto un residuo di polvere pirica. Il cadavere smembrato giace tra il fumo, il Re passa in carrozza, molto velocemente; solerte, il comandante la piazza lo rassicura; del resto i due giovani polytechniciens non sono da meno, riprendono il sonno interrotto. La durezza è l’altra faccia dello scampato pericolo, la responsabilità detta comportamenti insensibili.

            Il terzo Libro reca la sovrascritta “Ricordi di grandezza militare” ed è ambientato in una Parigi notturna, percorsa e squarciata da esplosioni, da improvvisi silenzi. È la rivoluzione detta delle “Tre gloriose” (Giornate), quando, nel luglio del 1830, il popolo scacciò Carlo X, l’ultimo dei Borboni, per sostituirlo con Luigi Filippo d’Orléans, monarca costituzionale. Il racconto che la illustra narrativamente si intitola “Vita e morte del capitano Renaud Bastone di giunco”.

Un reparto della Guardia è acquartierato presso il ponte di Jena. De Vigny, che si suppone fosse anch’egli di servizio in zona, vede che è comandato da un ufficiale che non ha armi, impugna solo una canna. Nota anche che dà ordini con calma e precisione; controlla la situazione. I due si riconoscono quando più forte è la vampa di una cannonata. A scandire la vita del capitano Renaud si succedono tre suoi racconti in prima persona.

Figlio di un ammiraglio, giovanissimo si trovò imbarcato su una nave della spedizione di Napoleone (o, più esattamente e per allora, generale Bonaparte) verso l’Egitto. Nella sosta a Malta viene presentato a Napoleone, che gli dice di studiare (“matematica!”), in una scuola militare. Riceve una lettera dal padre, che è stato fatto prigioniero degli inglesi, la rilegge nelle nuove circostanze: lo metteva in guardia dalla vanità e spirito di dominio di Napoleone. La giovane età lo portò invece a un approdo diverso, entrare nel “corpo dei paggi” dell’Imperatore. Così, un giorno, “il caso, nostro padrone in tutto…”, gli fa assistere all’incontro tra Napoleone e Pio VII (papa Chiaramonti).

Questo, nella scrittura di de Vigny, che tende alla ridondanza delle espressioni sentimentali, è un autentico “pezzo forte”. La scena è descritta dall’angolo visuale dell’adolescente, che passa dallo stupore alla paura allo sgomento. Per accenni, il Papa è a Fontainebleau in condizione di semiprigionia; Napoleone vuole convincerlo, o forzarlo?, a trasferirsi a Parigi, a guidare la Chiesa sotto la guida dell’Impero. Il Papa gli butta sul volto due sole parole, la prima volta “commediante!”; e quando l’Imperatore alza i toni e fracassa per terra un vaso, tragediante! (le due parole sono in italiano nel testo). Compresi, fa dire de Vigny al giovane, non il genio dell’uomo ma il suo carattere. (Per inciso, gli incontri avvennero realmente ma non se ne hanno resoconti. Invenzione dunque, quella di de Vigny, tipicamente “romanzesca”).

Il paggio cresce ed è arruolato nel corpo che dovrà sbarcare in Inghilterra. Imbarcato su un naviglio piatto, è catturato dagli inglesi ed esattamente dall’ammiraglio Collingwood, colui che aveva tenuto prigioniero il padre. È a lui che dà la parola d’onore di non fuggire. Un giorno, sceso a terra a Gibilterra, incontra un ufficiale francese che gli dice di unirsi a lui in un’evasione sicura. Mormora delle obiezioni, fuggire sarebbe disonorevole. L’altro, più realista, trova che siano sottigliezze, lo irride: “In fede mia, non sono casista (sic, “casuista”) e se vuoi, ti invierò un vescovo che ti dirà la sua opinione”…. Alla fine sarà liberato in seguito a uno scambio tra prigionieri e Collingwood, congedandolo, gli racconterà di esser stato a conoscenza della manovra e di aver apprezzato la fedeltà alla parola. Gli raccomanderà infine di “consacrarsi a un Principio piuttosto che a un Uomo”.

Alla Beresina e poi a Reims rivedrà l’Imperatore sconfitto; quanto a lui, continuerà a battersi, ucciderà un ragazzo russo che stava per ucciderlo. Alla fine (che è l’inizio di questa serie di narrazioni ognuna delle quali è generata dalla precedente), sul ponte di Jena si farà uccidere da un ragazzo armato dai rivoltosi, ma ­ ed è questa la domanda che tutte le stringe ­ “Eravamo in guerra… non è più assassino di quanto lo fui io a Reims. Di quanti assassini si compone una battaglia? Ecco uno dei punti intorno ai quali la nostra ragione si perde e non sa che dire. È la guerra che ha torto e non noi” (pag. 216).

2. Nella risacca della storia

 

“La scrittura” ­ osserva con apprezzabile finezza Eraldo Affinati nella sua Introduzione a Servitù e grandezza ­ “nasce in una risacca dell’azione storica, quando tutto è già avvenuto e sia l’atto valoroso, sia quello pusillanime, sono irrimediabilmente trascorsi” (pag. XX)[3]. Risacca: l’onda c’è stata, si è avventata, ha fatto quel che doveva fare, sta passando ed è passata, è seguita da un movimento uguale e contrario ma più debole, strascicato, svanente. L’attesa della “Grande Storia” è conclusa dalla disillusione delle “piccole vicende finali”. Il tenente Giovanni Drogo nel Deserto dei tartari di Dino Buzzati aspetta per una vita il nemico, quando questo è avvistato sul confine la malattia (l’età) lo fa uscire dal campo di battaglia… e gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Non c’è grandezza senza servitù né questa senza quella: l’una e l’altra stanno fra loro in una condizione di tensione. La “vita militare” è una esistenza in tensione.

            Nell’opera di Alfred de Vigny riscontriamo almeno le tensioni seguenti: tra il dolore e la morte: tra la morte data e subita e quella eseguita; tra la fatica (tutte le narrazioni si svolgono quando le condizioni meteorologiche sono avverse) e la costanza, il coraggio. Tra la lealtà alla parola data e i conflitti fra “cura di sé” e dovere; tra crudeltà (fucilazione dei marinai inglesi) e dignità del mestiere cui la società, lo Stato, si affidano nelle situazioni difficili. In ognuna delle scansioni (racconti primari, racconti inseriti, mise en abyme…) che compongono la partitura di Servitù e grandezza si muovono “coppie” di protagonisti o comprimari: narratori e ascoltatori, giovani ufficiali imberbi e sottufficiali dalle facce cotte dall’età, indurite dai rischi delle campagne per tutta l’Europa. Giovanni Papini così condensò la decisione di Lev Nikolàevič Tolstòj di abbandonare la vita bella e partire con l’artiglieria contro i ribelli ceceni: “ragazze e Caucaso”. Un altro esempio di coppia dialettica, due mondi da (classicamente) conquistare.

            De Vigny non ha scritto Guerra e pace nemmeno lontanamente e in nessun senso, questo è ovvio. Tuttavia ha pur sempre descritto la società del suo tempo, la Francia della Restaurazione imposta dal Congresso di Vienna… “il tentativo intrapreso dai Borboni, con mezzi inadeguati, di ristabilire situazioni del tutto cancellate e su cui gli avvenimenti già avevano espresso la loro sentenza…” Da questo punto di vista, l’opera di de Vigny rientra a modo suo nella categoria del romanzo realistico dell’Ottocento, anche se non possiede il fulgore di quelli di Stendhal né la fluviale potenza di quelli di Balzac né l’amara lucidità di un Flaubert[4].

In più, de Vigny ha osato un parallelo non frequente. Ha paragonato il militare al poeta. Come il militare è teso tra il pericolo e i regolamenti, l’esistenza e la norma, così il poeta è agito dalla polarità tra vita e forma, sentimenti e struttura. Il soldato e il poeta sono ambedue reietti, rifiutati dalla società: “Il Soldato, altro Paria moderno” (pag. 219). La società li chiama, li onora quando servono, gli passa sopra e oltre quando non servono più. Baudelaire, abbiamo accennato, ebbe per de Vigny grande ammirazione, citiamo perciò L’albatro dai Fiori del male:

 

Come il principe dei nembi

è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,

si ride dell’arciere: ma esiliato

sulla terra, fra scherni, camminare

non può per le sue ali di gigante[5].

            “Quel che v’è di più bello dopo l’ispirazione – scrive de Vigny ­ è la dedizione; dopo il Poeta, viene il Soldato; senza alcuna colpa è condannato alla condizione dell’ilota” (pag. 19).

            E tuttavia non è ancora questa la conclusione. Se “il valore nel mestiere delle armi consiste non tanto nella gloria dl combattere quanto nell’onore di soffrire in silenzio e di adempiere con costanza a dei doveri spesso odiosi” (pag 134), ecco le parole-chiave di Servitù e grandezza: dovere, onore. L’ONORE (così la grafia di de Vigny) è “la coscienza, ma una coscienza esaltata” (pagg. 28 e 223). L’elevazione a potenza, per così dire, di onore ossia l’idea fondamentale dell’opera, è “abnegazione” (pagg. 21, 60 e 134).

            Affidiamoci, come sovente, al Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano: “… rinnegamento di sé e disposizione di mettersi a servizio degli altri o di Dio col sacrificio dei propri interessi. Così in Matteo XVI, 24 e in Luca IX, 23: «se uno vuole seguirmi rinneghi se stesso e porti giorno per giorno la sua croce». Questo rinnegamento di se stesso, però, non è la perdita della propria individualità ma ritrovamento del vero «se stesso»”. Ossia e laicamente, è ri-scoperta, conquista (e sconfitte), metodo e volontà e “tenuta di gara”. È “ascesi” o esercizio, è ricerca.

3. Altri militari

            Ora, un apparente passo indietro. Se ho scelto Servitù e grandezza per un ciclo di conferenze alla Fondazione Corrente su Estetica e Romanzo, è perché quando Fulvio Papi volle invitarmi ero fresco della lettura di due romanzi recenti, italiani e “militari”: “Limbo” di Melania Mazzucco, e “Il corpo umano” di Paolo Giordano, ambedue apparsi nel 2012, rispettivamente presso Einaudi e Mondadori.

Ora, i “romanzi militari” sono una rarità nella letteratura italiana contemporanea: i capolavori di Mario Rigoni Stern, Beppe Fenoglio, Carlo Emilio Gadda nella Grande Guerra, Emilio Lussu sull’Altopiano di Asiago, Manlio Cancogni in Albania, Mario Tobino in Libia e così via, appartengono al genere delle “testimonianze”. Certamente rese con stili di scrittura spesso straordinari: ma non opere di invenzione. Mentre i libri di Mazzucco e di Giordano hanno un’ambientazione che non è quella dei rispettivi mondi natii, i protagonisti sono appunto di “invenzione”, la trama ha svolgimento e contenuti dettati dalla forze delle cose da dire non da eventi esterni. Terminata la loro lettura mi era tornata in mente l’opera di de Vigny, che avevo letto negli anni, lontani, ingordi e felici, del Ginnasio[6].

Secondo Paolo Giordano, il senso della scelta dei giovani italiani di oggi per il servizio militare volontario è la ricerca di una appartenenza a una comunità che non c’è o non viene trovata nell’odierna Italia slabbrata. Protagonista del romanzo della Mazzucco è il maresciallo degli alpini Paris Manuela: una donna. Siamo evidentemente nel dopo Guerra fredda o nel dopo Terza guerra mondiale ossia nel mondo globalizzato anche nella abolizione o sospensione della leva e in ogni caso nella decrescita degli Stati nazionali. Manuela è responsabile della “vita e della morte” del suo plotone: trenta uomini. Anche se, dopo l’esplosione del taleban suicida che ne ucciderà alcuni e ferirà gravemente il suo corpo, si sorprende ­ lei sopravissuta ­  a pensare che non sa bene che cosa voglia dire, quella responsabilità. Quella “ab-negazione”.

Da tutt’altra parte e con tutt’altra storia e cultura, un prefatore di eccezione nel secondo dopoguerra a Servitù e grandezza – il generale Charles De Gaulle ­ scrisse che l’opera di Alfred de Vigny offriva “il profilo filosofico del soldato come tipo umano in tempo di pace”[7]. È l’intuizione o la previsione del nuovo ordine (o disordine) internazionale.

Con questo però stiamo uscendo del tutto dal Romanticismo e dalla Restaurazione in Francia e quindi è l’ora di prendere congedo.

Emilio Renzi


[1] Mi servo della traduzione di Manuela Maddamma, edita da Fazi Editore, Roma 1996, con Introduzione di Eraldo Affinati (le pagine sono indicate nel testo, tra parentesi). Pregevole l’Introduzione di Ferdinando Neri alla traduzione di Nicoletta Neri, UTET, Torino 1971.

[2] Registro volentieri il contributo dato da Gabriele Scaramuzza dell’Università degli Studi di Milano nella discussione al termine della conferenza che ho tenuto su questo argomento il 4 aprile 2013 presso la Fondazione Corrente, Milano: la struttura “per gemmazione” dell’opera di de Vigny non è senza ricordare il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes de Saavedra. – Che via siano dunque meta-racconti e racconti che ne scaturiscono, ricorda la tecnica narrativa che si chiama mise en abyme. Devo questa osservazione al professor Lorenzo Renzi dell’Università di Padova, che ringrazio.

[3] Affinati è, oltre che autore in proprio e didatta di italiano a non italofoni, curatore delle Opere di Mario Rigoni Stern (Storie dall’Altopiano, Meridiani Mondadori, Milano 2003), con un saggio introduttivo intitolato La responsabilità del sottufficiale. Notevole anche il suo saggio Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj, Marietti, Genova 1992, da cui è tratta la citazione di Papini su Tolstoj, infra.

[4] La citazione è da Erich Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, PBE Einaudi 1956, vol. II, p. 222. – I cenni ai grande romanzieri francesi dell’Ottocento non possono essere qui sviluppati.

[5] Nella traduzione di Luigi De Nardis, Feltrinelli, Milano 1964.

[6] Avevo letto Servitù e grandezza nella traduzione di Felice Filippini nella benemerita “prima serie” o “serie numerata” (n. 308-309) della Biblioteca Universale Rizzoli (BUR), Milano 1951.

[7] Charles De Gaulle, Pour servir d’introduction à Servitude et grandeur militaires d’Alfred de Vigny, in appendice all’edizione Gallimard, Parigi 1992, a cura di Patrick Berthier, pagg. 296-298.

 

 

Paolo Lanaro un poemetto sul padre

Può succedere di essere ingiusti nei confronti di un libro valido, di un poeta riflessivo, di un libro che sa farsi leggere perché vuol farsi capire? A me è successo. Con Poesie dalla scala C di Paolo Lanaro (Edizioni L’Obliquo, Brescia 2011).

Lanaro è un poeta e saggista, è nato a Schio e vive a Vicenza. La mia ingiustizia nei suoi confronti è questa: ho letto il libro e poi ho riletto solo una delle sue sei parti, quella che si intitola Rebus. È qualcosa come un poemetto prosastico e parla del padre. Ed è di questo che voglio scrivere.

Al presente il padre è anziano, è malato. Paolo lo ricorda quando era nel pieno delle forze, lavorava e lo portava in giro in motocicletta, lui che era bambino. Aveva un suo habitat, per quanto convenzionale; aveva conoscenze, per quanto ovvie. Abitudini, ritualità. Gli piacevano i rebus più che gli altri giochi enigmistici: i disegnini semplici erano ordinati all’interno del quadrato e questo gli dava tranquillità. Ci tiene a essere a posto: il figlio si chiede, cosa vuol dire piccola borghesia.

Poi un giorno, le parti si rovesciano – con la sorpresa sempre inquietante, spesso funesta, di un telegramma (magnifica metafora!), arriva il crollo fisico, la piegatura dell’anima, l’operazione che salva e ti lascia un segno di diminuzione.

Ora il figlio lo vede mentre esercita una sua dolce, ristretta maniera di arginare le debolezze crescenti: aiuta la madre, cerca di rendersi utile. Paolo razionalizza: “è il suo modo di arginare il nulla”.

È la seconda sconfitta, quella esistenziale dopo quella inferta da quel tipo di storia che si sbraccia alla cieca. È stato in guerra, quella perduta; è finito nei campi di prigionia, quelli dell’umiliazione.

Ora fa tutto più lentamente. Legge i necrologi e vi cerca “Dio”. Bel rebus, vien da dire.

Il corpo se ne va, ne è consapevole; la mente osserva, analizza, fa osservazioni puntuali. Come stanno insieme questi due falsi movimenti? “Di che tipo è la cerniera che li tiene insieme?”

Viene anche da dire che lo sguardo del figlio/poeta – del poeta che è anche figlio ­ è descrittivo sino a una oggettività di eco positivistica.

Anche il poeta ha il suo problema nel tenere assieme il figlio, nel tenere in equilibrio l’occhio e il sentimento, la fenomenologia e il dolore.

Alla fine Lanaro si ricorda di essere poeta e lettore di poeti e convoca Cristina Campo e Pasternak; la smagliatura è l’inizio della fine, la scomparsa degli anni è la loro fine.

Ma è proprio così, è questa la conclusione del poemetto al padre? Qualche riga prima Lanaro ha scritto, non bisognerebbe essere solo “pazienti”. “Paziente” ha un doppio riferimento: è l’ammalato o è chi lo sta guardando, accudendo?

Forse l’emozione lo ha obbligato a chiudere l’occhio oggettivo e a rifugiarsi in quello metonimico, metaforico?

Vedere e alla fine vedere con un grande pudore, questa è l’emozione che provoca la sapiente, paziente poesia di Paolo Lanaro per il proprio padre.

(Milano, marzo 2012)

“Aria di Vicenza nei suoi scrittori” – Conferenza per il ciclo di Estetica presso la Fondazione Corrente, Milano, 7 aprile 2011

“Presentazione di “Comunità concreta” – AIF Basilicata, Matera, 4 marzo 2011″

De persona

(per: http://www.filosofiaincircolo.it/- Franco Sarcinelli – 1 dicembre 2009)

1. Anima/persona
“De Persona”, perché è una ricerca in corso. Per questo il suo titolo è impreciso (“intorno alla persona”: galassia, nebulosa, ricerca di un fuoco…).
Luca Vanzago ha illustrato molto bene la storia di “anima”. Assieme a psiche, coscienza, mente, soggettività/soggetto, io, identità ecc., uno dei molti termini in cui si è trasformata sopravvivendo a se stessa e anzi forse vivendo una più ricca vita, vi è (stato) persona. D’accordo, ma: quanto sinonimico?
Leggiamo in Agostino: “Amare ed essere amato mi era più dolce se possedevo anche nel corpo la persona amata” (Confessioni, III, 1.1, p. 34 De Monticelli).
Dunque Agostino interpreta l’io/soggetto nella sua relazione con l’altro secondo intensio (“possedere”) ed extensio (“anche il corpo”). Sono caratteristiche insieme circoscritte nello spazio/tempo, nella vicenda bio/grafica, e universali. È facile riconoscersi in esse.
Forse qui è il punto di gemmazione di “persona” rispetto ad “anima”. E agli altri termini equivalenti ma – forse non equipollenti. Persona appare assicurare la possibilità della relazione.

2. Relazione/relazioni/Joseph Conrad
Relazione prima ancora che con l’altro (e più in generale con l’oggetto fuori di me), con il me stesso cui “io confesso me stesso”.
Certo, la “grande confessione” di Agostino è a Dio. Il Dio di Agostino è Persona nella Trinità. Si radica qui una delle maggiori vicende dell’Occidente cristiano (cattolico romano ma anche laico europeo), è a dire la Teologia della Grazia: dal nodo peccato originale /peccato/ predestinazione/ libero arbitrio e dalla soluzione che ne daranno la Chiesa istituzionale e Agostino vengono fuori (anche) Lutero e la Riforma. Non seguirò Agostino e la storia religiosa (spirituale-istituzionale) d’Europa per confessata ignoranza prima ancora che per scarto tematico. È un altro piano del discorso. L’accenno andava fatto perché nella natura umana la persona è per analogia l’immagine della Persona che nella Trinità è Dio, anzi le tre figure trinitarie sono nell’anima. Per questo la conoscenza di Dio è possibile; e lo è dall’interno della persona stessa. Noi lettori di gran lunga posteriori e che secondo Fulvio Papi tra le “grandi confessioni” e il ”Nulla” non siamo più capaci se non di filosofare nel quotidiano con fatica e secondo caparbietà, noi siamo però in grado di apprezzare i sottili e complessi stati d’animo delle relazioni della modernità.
Le relazioni della persona nella modernità sono la confessione (nel senso di assunzione di sé sino alla proclamazione oltre le leggi umane e divine e i modelli comportamentali standard) e il non confessabile. La linea d’ombra della persona: quella varcata dopo Cartesio dai grandi moralisti quali Montaigne e Schopenhauer e dai “maestri del sospetto”, di cui qui evoco Nietzsche e Freud.

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Mario Rigoni Stern e l’”orazion picciola”

(da. www. Grey-Panthers.it – 2008 )

Un mese fa, il 16 giugno 2008, è scomparso Mario Rigoni Stern, uno dei più limpidi, ammirevoli ed etici scrittori del Secondo Novecento italiano. Aveva 84 anni. Era diventato noto con il suo “Sergente nella neve”, del 1953. Aveva poi scritto libri non meno validi per comprensione e amore verso la natura e l’uomo nella natura del suo altopiano di Asiago: “Il bosco degli urogalli”, “Storia di Tönle”, “Stagioni”. Tutti i giornali gli hanno dedicato pagine intere: gli articoli migliori mi sono parsi quello di Fernando Bandini nel “Giornale di Vicenza” e di Ferdinando Camon nel “Mattino di Padova”.
Rigoni Stern aveva detto in un’intervista che pensava che la sua miglior opera era stata aver portato in salvo tutti i suoi uomini nel ripiegamento dal Don, inverno russo del 1943. Io così voglio ricordarlo: come la guida che ognuno vorrebbe avere quando occorre aver responsabilità e coraggio nelle strette del vivere. Ascoltiamo nelle sue parole le istruzioni date ai soldati. Ricordano l’”orazion picciola” di Ulisse ai suoi marinai, l’esortazione di Senofonte ai greci in marcia verso la salvezza del mare.
“Prima di uscir fuori dissi: “Ricordatevi che dobbiamo restare sempre uniti. Vestitevi più che potete ma senza restar stretti. Mettete nello zaino le cose che credete più necessarie e più munizioni che potete. Bombe a mano tante e del tipo più buono”. ¬ Gli alpini mi guardavano con gli occhi stanchi e pieni di sonno aspettando una mia parola. Cercavo di star sereno e pensavo a quello che avrei dovuto fare nel caso che fosse andata male. Quando venne la notte mandai a chiamare tutti i capisquadra: Minelli, Moreschi, il Baffo, il Rosso della pesante e Pintossi. – “La prima a partire – ordinai ¬ sarà la squadra di Moreschi. La seconda a partire sarà quella del Baffo; poi la pesante; poi Minelli; per ultima quella di Pintossi. Io verrò con quella di Pintossi.” Feci ripetere a tutti quello che avrebbero dovuto fare. ¬ “Il caposquadra dovrà essere l’ultimo a partire. Tenetevi sempre gli uomini vicini e assicuratevi del funzionamento delle armi. Tutto andrà bene, vi manderò io ad avvisare quando dovrete andarvene. Andate e arrivederci”.

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