Enzo Paci

Enzo Paci. Gli anni del Saggiatore
(da: ”aut aut”, 214-215, luglio-ott. 1986, pp. 45-50. Numero speciale per i dieci anni dalla scomparsa)

Enzo Paci era sempre puntuale e preciso nei suoi impegni di lavoro al Saggiatore. Alle riunioni, agli appuntamenti in redazione, arrivava addirittura con un qualche leggero anticipo. Aveva una borsa molto capace, da cui estraeva (con un atteggiamento curioso, un misto fra l’attesa di un riconoscimento e l’immediato fervore di una più ricca spiegazione verbale del lavoro compiuto), estraeva, dicevo, le schede di lettura, le proposte e le segnalazioni, i libri da restituire alla segreteria editoriale, le “alette” (o, sempre in gergo, le “bandelle” o “ribaltelli” o “bandine”) ossia i brevi testi di presentazione dell’opera e dell’autore che sarebbero stati stampati sui risvolti di copertina. Era assolutamente rispettoso dei tempi di consegna, delle talora ravvicinatissime scadenze di esercizio dei tempi di opzione.

Ho scelto di iniziare con un’annotazione apparentemente minore questa testimonianza su Paci organizzatore culturale e protagonista per alcuni, decisivi anni di una delle migliori politiche editoriali di questo quarantennio postbellico, perché sembra a me contenga una precisa indicazione di valore. Per Paci il lavoro editoriale, il ruolo di organizzatore culturale, non era un accessorio rispetto all’insegnamento universitario, un qualcosa che ai cattedratici si aggiunge o sopravviene a un certo stadio del cursus honorum. Né comunque qualcosa di secondario o successivo alla ricerca personale, all’elaborazione della propria filosofia, o alla didattica intesa in senso stretto. Tutte cose che (come è ben noto e questo numero di !aut aut” è qui a ricordarlo e approfondirlo, non certo a “scoprirlo”), Paci faceva benissimo.

E non era nemmeno, salvo alcune eccezioni negli anni giovanili, un lavoro da esplicarsi, come fanno e facevano molti insegnanti universitari, nelle sedi e con gli strumenti che sono appunto tradizionali della categoria: case editrici, o “manuali” o collane specializzate in editoria per le università e i licei. Paci concepiva, e ha attuato, il lavoro di organizzatore culturale tramite l’editoria saggistica come parte integrante del proprio mestiere di filosofo, come sua componente strategica. Non scriveva un libro, né faceva tradurre questo o quello, perché diventassero testi d’obbligo nel suo corso accademico; aveva di mira un uditorio, e orizzonti e matrici spaziali e temporali, più ampi e più lontani.

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Discorso per l’inaugurazione di piazza Enzo Paci
(da: AA. VV., Omaggio a Paci – I. Testimonianze  II. Incontri, a cura di Emilio Renzi e Gabriele Scaramuzza con la collaborazione di Simona Chiodo, pp. IX-XIII, Quaderni di Materiali di Estetica n. 5, CUEM, Milano. ISBN 886001073X)

Il Comune di Milano, su proposta dell’Assessore alla Cultura Stefano Zecchi, ha deliberato di intitolare una piazza a Enzo Paci. Gli oratori, il giorno dell’inaugurazione (giovedì 6 aprile 2006), sono stati Stefano Zecchi, Emilio Renzi e Umberto Eco. Alla fine ha preso la parola Lulli Paci. La piazza si trova nel Quartiere S. Ambrogio – Zona 6 Barona. Al suo centro vi è una  fontana su cui campeggia una statua dello scultore Igor Mitoraj. Essa raffigura il centauro Chirone.

Come Stefano Zecchi, come Lulli Paci e tutti voi, devo superare una certa emozione nel prendere la parola; cercherò ugualmente di tracciare un profilo comprensivo di Enzo Paci filosofo.La filosofia per Enzo Paci si dice “in molti modi”.
Primariamente si dice nella forma della filosofia come teoresi: riflessione sui problemi dell’uomo nella sua esistenza, pensiero, valore, nella temporalità della vita intenzionale.
Filosofia si dice nella architettura: architettura della città degli uomini. Filosofia si dice nella riflessione sulla scienza e sulle tecniche. Filosofia si dice nella lettura delle letterature – la grande letteratura europea, quella nordamericana. Filosofia si dice nella riflessione sull’estetica, sulle arti, sulla musica. Filosofia si dice nell’esercizio notturno della scrittura; nella pratica solare dell’insegnamento. Filosofia si dice nella assunzione di responsabilità nelle vicende della polis e alle sue storie di tempi alti, di orrori e di erramenti. Filosofia si dice nell’idea di una cultura che non se ne sta nella torre d’avorio e che diventa quindi editoria, pubblicistica, radiofonia. Filosofia si dice come enciclopedia della filosofia ossia un sapere dei saperi: ideali, scientifici, storici.
Questi furono i molti modi – e non sono tutti – con cui Paci “disse filosofia” e ne fu docente per la vita e nella vita. Che la sorte gli assegnò nella vita d’Italia e d’Europa in un arco tra il decennio entre-deux-guerres, la ripresa degli anni Sessanta, i rivolgimenti dei Settanta.

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Sandro Mancini, Recensione a:
AA. VV. (a cura di E. Renzi e G. Scaramuzza, con la collaborazione di S. Chiodo), Omaggio a Paci, 2 voll., “Quaderni di Materiali di Estetica 5”, CUEM, Milano 2006. Vol. I: Testimonianze (ISBN 886001073X)  Vol. II: Incontri (ISBN 8860010748)
Emilio Renzi, Caro Ricoeur, mon cher Paci. Dialogo in cinque scene, “Quaderni di Materiali di Estetica 6”, CUEM, Milano 2006 (ISBN 8860010799).

(da: “Bollettino della Società filosofica italiana”, n.s., 190, genn.  aprile 2007, pp. 94-96)

Non si può certo dire che il trentesimo anniversario della scomparsa di Enzo Paci sia trascorso in sordina. Oltre ad alcuni studi critici approfonditi, vanno segnalati i due ampi tomi dell’Omaggio a Paci e il fine dialogo filosofico di Renzi, in quanto costituiscono un importante momento di ricordo e approfondimento dell’opera e del magistero del fondatore di “aut aut”. Questi nuovi contributi si raccordano ai saggi critici e alle altre testimonianze pubblicate l’anno precedente presso lo stesso editore (AA. VV., Enzo Paci, a cura di M. Cappuccio e A. Sardi, CUEM, Milano 2005), e si riannodano al volume curato da S. Zecchi nel 1991, che raccoglieva gli atti del convegno del 1986 (Vita e verità. Interpretazione del pensiero di Enzo Paci, Bompiani, Milano 1991). Insieme all’attesa pubblicazione degli atti del convegno In ricordo di un maestro. Enzo Paci a trent’anni dalla morte. 1976-2006, tenutosi all’Università Federico II di Napoli e a quella di Salerno il 18 e 19 dicembre 2006, questi materiali critici e biografici si propongono non solo agli addetti ai lavori e ai bibliotecari (a cui sarà assai utile la sezione “Strumenti bibliografici”, curata da Alessandro Sardi, contenente un’aggiornata bibliografia degli scritti di e su P. e delle tesi di laurea su P.), ma anche ai lettori curiosi dei dettagli e delle sfumature della vita filosofica italiana nel creativo e contrastato trentennio del secondo dopoguerra.

Il primo tomo si apre con alcuni brevi inediti paciani, sulla fenomenologia della religione e su Kafka, commentati da Renzi e da Scaramuzza. Esso quindi si articola in due parti: la prima è incentrata sul vissuto e sulla sua sporgenza concettuale, contenente testimonianze di allievi e colleghi; tra queste segnalo la testimonianza di Marcella Pogatschnig (“Sul cammino di P.”) e di Renato Rozzi (“P., in relazione”). Il primo dei due testi fonde sapientemente ricordo e riflessione, in una vivida e acuta scrittura al femminile, che costituisce a sua volta un autentico diario fenomenologico, forse non inferiore a quello del suo maestro. Il secondo scritto ci conduce con acume nel clima delle lezioni pavesi degli anni Cinquanta. Così Rozzi sintetizza il profilo pedagogico del suo maestro a Pavia: «P. ci lasciava liberi: cosa ne pensano i suoi allievi? Chissà se qualcuno ha mai parlato della sua implicita capacità educativa, da docente acuto e lieve nel presumere le profondità personali, da adulto che riusciva a mettere la sua debolezza in relazione a quella dello studente e nello stesso tempo a sottrarsi a esso, appena un po’ ironico a causa del finissimo setaccio della sua cultura, sempre disponibile a trasporsi tutto sul piano filosofico» (t. I, p. 75).

La seconda parte del primo tomo propone un’ampia rosa di approfondimenti sugli sviluppi estetologici dell’itinerario paciano, a partire dall’estetica musicale e dall’approccio fenomenologico all’architettura, e da alcuni  significativi intrecci (Mann, Proust, Ungaretti). Gabriele Scaramuzza, nelle sue note di commento alle inedite pagine paciane su Kafka, evidenzia bene il tratto saliente delle riflessioni estetiche del pensatore marchigiano sull’arte, in cui ravvisa a un tempo un fattore di coerenza e di limitazione: «[…]dovunque Paci, nelle sue letture di fenomeni artistici, è attento al problema del “significato”» (t. I, p. 48). Il curatore precisa che ciò non conduce P. a sottovalutare la specificità delle forme artistica, ma a ribadire la peculiarità di un approccio precipuamente filosofico, e aggiunge: «[…] la sua difesa dell’imprescindibile incidenza di un punto di vista filosofico nell’esperienza dell’arte resta ben legittima, e tuttora pienamente condivisibile» (t. I, pag. 49).

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Cristina Zaltieri. Paci e Ricoeur: un dialogo polifonico
(da: “Materiali di Estetica”, 14/2007, CUEM, Milano, pp. 57-60)

Il dialogo non è certo cosa nuova nella tradizione della scrittura filosofica. È stato il primo grande scrittore di filosofia, Platone, a inaugurare il dialogo filosofico.

Nei dialoghi platonici, specie nei primi, Socrate conduce il dialogo riducendo l’interlocutore a colui che si limita ad assentire ai suoi complessi asserti. Anche quando l’interlocutore è più attivo, intraprendente, resta sempre Socrate, o meglio, il suo discorso, ad avere posizione preminente. Questo esordio del dialogo nella nostra tradizione di pensiero mi ha portato a sospettare la presenza, confermata nei successivi dialoghi filosofici (Campanella, Bruno, Galilei, Voltaire, Diderot…), di una sotterranea vocazione monologica, che si esprime nella strategia, più o meno palesata, di ridurre a una sola voce eminente (capace di affermarsi non perché più “vera”, ma perché portatrice del discorso più potente) quella che solo apparentemente sarebbe una pluralità di voci.

Non accade così nel dialogo immaginato da Renzi tra Paul Ricoeur e Enzo Paci. In primo luogo perché è un dialogo immaginato. In secondo luogo perché Renzi è mosso da un medesimo amore per i due dialoganti, da una profonda conoscenza per entrambe le loro ricerche. Così  fa sì che i dialoganti mantengano una pariteticità di interventi, di presenza, di forza della parola e del discorso per tutte le cinque scene che compongono il testo.

Del cosiddetto “realismo” del padre di tutti i dialoghi, Platone, ossia quell’uso di ambientare in luoghi concreti, di descrivere gli scenari di contorno, gli atteggiamenti, gli abbigliamenti dei personaggi, che caratterizza specialmente i dialoghi giovanili in questo dialogo si trova poco: solo brevi “esergo” ci dicono che quattro delle cinque scene si ispirano a incontri realmente avvenuti tra i due pensatori, incontri intorno ai quali s’intrecciarono davvero le due esistenze di Ricoeur e di Paci. La prima scena si svolge a Parigi nel 1960, quando Ricoeur accoglie alla Gare de Lyon Enzo Paci giunto per una conferenza alla Sorbonne; la seconda scena Renzi la ambienta nel campo di prigionia di Wietzendorf agli inizi del 1945, là dove accadde il primo incontro dei due filosofi, un incontro destinale di due filosofi, prigionieri in un campo tedesco; la terza scena avviene a Roma dove Ricoeur e Paci si trovano nel 1966 a uno dei convegni di filosofia annuali, organizzati da Enrico Castelli; la quarta scena si svolge nella sala professori di un’università americana nel 1972. Però nessun cenno caratterizza il luogo fisico, le contingenze degli incontri… E poi, Renzi si concede uno scarto radicale da ogni verosimiglianza nell’ultima scena, ambientandola nell’iperuranio dove le due anime, morti i filosofi, ancora s’incontrano e ancora dialogano. Questo scarto sta a dirci come il dialogo tra i due non necessiti comunque, quale condizione essenziale, dell’incontro reale dei corpi parlanti. È un dialogo che si nutre dei loro scritti, delle loro ricerche filosofiche, le quali, pur nell’originalità e nella differenza, si sono svolte sotto un cielo speculativo comune, in una corrispondenza profonda.

Questo per quanto concerne la forma dei dialoghi raccolti nel testo.

Per quanto concerne il contenuto occorre osservare come il deux ex machina che orchestra questi dialoghi, Emilio Renzi, si mostri assai rispettoso di entrambi i dialoganti in quanto fa parlare i due filosofi , ognuno con la propria lingua filosofica. Infatti le parole che ognuno di loro dice sono per lo più quelle dei loro testi, senza che questa scelta di Renzi infici i dialoghi di artificio o di innaturalezza. La dimestichezza profonda conquistata dall’autore con una costante attenzione per tutta la produzione dei due filosofi gli permette di utilizzare le loro scritture in modo da farle interloquire con un pregevole effetto di spontaneità. Renzi dà così una prova felice di quell’ospitalità linguistica di cui nel testo si parla, citando un’espressione di Ricoeur che vuole indicare la capacità di accogliere (da parte di un traduttore, di un interprete) il linguaggio altrui nella cura e nel rispetto della sua alterità.

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