Dialogo Paci Ricoeur

Caro Ricoeur, mon cher Paci 

Dialogo in cinque scene

 

 

Scena seconda

Stalag di Wietzendorf, primi mesi del 1945

 

Paci – Che libro hai tra le mani? Perché quel mozzicone di matita, quel dizionario tascabile…

Ricoeur – È Ideen I, di Husserl…Sto cercando di tradurlo. Scrivo come posso, sui margini delle pagine.

Paci – È straordinario. Conosco Husserl, l’ho studiato.

Ricoeur – Ne parlavamo nei cenacoli con Gabriel Marcel, a Parigi, dieci anni fa.

Paci – E a me ne parlò Antonio Banfi, a Milano, a lezione e a casa sua. Anche per me sono passati dieci anni, o poco più. Ma comincio a capire che dobbiamo procedere con ordine, troppe sono le cose che abbiamo da raccontarci. Apparteniamo alla stessa generazione.

Ricoeur – Io ho 32 anni…

Paci – … e io 34. Io ho una piccola bambina, in Italia, a Pavia… È nata dopo il mio richiamo, non l’ho mai vista. Si chiama Francesca Romana. Nelle nostre lettere mia moglie Elena e io la chiamiamo Lulli.

Ricoeur – …Io ho tre figli, a Lorient, in Bretagna. Due maschi, Jean-Paul e Marc, e una bimba nata poco dopo la mia cattura, nemmeno io l’ho ancora conosciuta!, il suo nome è Noëlle. Madame Ricoeur si chiama Simone. Ne parleremo un’altra volta, non dobbiamo intristirci. Dimmi, dove ti hanno fatto prigioniero?

Paci – In Grecia. E tu?

Ricoeur – In una sacca della seconda linea di resistenza, accerchiati… Ci hanno portato negli stalag della Pomerania.

Paci – Noi a Beniaminowo, in Polonia. Poi a Sandbostel. Nel trasferimento, mentre stavamo arrivando qui, abbiamo visto le fiamme divorare Amburgo.

Ricoeur – E tra poco l’intera Germania finirà in fiamme, è facile prevederlo. Ma io ti dico che non odio il popolo tedesco nemmeno ora, dopo cinque anni di sofferenze, e non gli auguro se non la pace nel diritto. Perché esiste una grande realtà chiamata cultura tedesca. È qui che sto leggendo Goethe, Schiller. La storia ci governa già abbastanza perché si debba affidarle anche l’etica, l’intera problematica del giudizio di verità.

Paci – Ecco che stiamo tornando a parlare di filosofia, bene. Vedi il libro che ho tra le mani, guarda: è su Vico. Ma stiamo sovraccaricando il discorso… raccontami della tua formazione. Da dove, e perché, Husserl?

 

Ricoeur – A Parigi una quindicina d’anni fa tornò a circolare in forme nuove la filosofia tedesca: Hegel, Husserl. Si aggiunse Kierkegaard.

Paci – In Italia è stato Husserl il nome nuovo, e naturalmente Kierkegaard. Hegel lo conoscevamo a opera dei nostri maestri neoidealisti: Giovanni Gentile, Benedetto Croce. Banfi però ce lo fece leggere in maniera più problematica. Vedi, la circolarità assoluta tra la filosofia e la sua storia culminante nella filosofia come Spirito assoluto, che è infine la filosofia di Gentile stesso, non mi ha mai convinto. Tutto finisce nello Stato come Tutto, dal momento che lo Stato è etico e quindi non può tollerare nessun’altra verità al di sopra e al di fuori della sua totalità.

Ricoeur – Anch’io ho studiato secondo un’impostazione ugualmente e diversamente classica: la tradizione del pensiero riflessivo francese, da Cartesio a Maine de Biran agli spiritualisti tra Otto e Novecento.

Paci – Al panlogismo tardohegeliano di Gentile preferivo da studente il calmo magistero di critica specifica di un Croce, le sue distinzioni tra le categorie. La mia miglior critica a Croce la scrissi su un quaderno, al Liceo, studiando per conto mio Piero Gobetti. Gobetti è morto giovanissimo, in esilio. È sepolto a Parigi. Lo abbiamo dimenticato tutti.

Ricoeur – Io andavo alla ricerca di un fondamento onnicomprensivo ma non esclusivo. Perché devi sapere che io vengo da una famiglia protestante, si, discendo dagli ugonotti… e che mio padre fu ucciso nella battaglia della Marna, nel primo anno di quella che allora venne chiamata la Grande Guerra.

Paci – Capisco che la storia – la “grande Storia”, scritta con l’iniziale maiuscola, faccia problema, lo farà sempre… e che tu ne abbia derivato una sensibilità forte. Reattiva e raziocinante insieme, mi sembra di capire.

Ricoeur – Vedi, io scelsi di studiare filosofia e di leggere i classici e di frequentare attivamente i gruppi di studio e di partecipazione politica del socialismo cristiano e comunitario (ti faccio un nome soltanto: Emmanuel Mounier), proprio perché vengo dalla tragedia della Grande Guerra, dalla comprensione dei colossali errori di Versailles e al contempo dall’ascolto, in famiglia, della Parola. Volevo e voglio poter continuare a praticare la Scrittura e la Parola senza farmene assorbire e, lontano da ogni superbia, neanche condizionare.

Paci – È una via lunga quella che hai scelto. Non ti sarà facile tenere distinti i due ordini di discorso.

 

Ricoeur – Al momento della scelta dell’argomento principale per la tesi di laurea ho preso a studiare Jules Lachelier e Jules Lagneau. È il tema dell’eredità kantiana, di quale Kant si sia protratto sino alla fine dell’Ottocento, agli inizi del Novecento. In termini semplici, è il razionalismo non ristretto né alla pura datità del positivismo né a una razionalità che ignora il sensibile da una parte, lo spirituale dall’altra. Mi aveva stimolato l’insegnante di Liceo, Roland Dalbiez. Una figura affascinante per noi ragazzi, si professava seguace di Maritain ed elogiava il realismo contro l’idealismo, tentava persino una lettura filosofica di Freud.

Paci – Kant… molto bene. È anche nel Kant della Ragion pura che a un certo momento ho cercato la via filosofica di uscita dalle possibili lacerazioni e aporie del mio primo lavoro. Perché, vedi, la mia tesi ha riguardato il Parmenide di Platone.

Ricoeur – Allora sei un filologo!

Paci – Ho letto Natorp e mi sono rifatto a Stenzel ma al testo platonico ponevo domande filosofiche, le stesse che continuo a portarmi dentro. Il mio professore di Pavia, Adolfo Levi, pensava che ognuno è solo in un mondo non conoscibile: la classica posizione dello scetticismo solipsistico. Banfi sosteneva invece che la conoscenza è possibile sulla scorta di idee regolatrici, non mai definitive. Per capirci, problematicismo trascendentale. Allora, come stanno tra loro l’uno e il molteplice? Che cos’è il divenire, che cosa il tempo, che cosa il negativo? Nel Parmenide trovavo le domande di sempre e le risposte di Platone – che erano anche le identiche domande e le differenti risposte di Husserl, di Jaspers e di Kierkegaard. Di cui mi colpì il concetto di ”istante”. Voglio dire che lo stile era lo stesso.

Ricoeur – La mia prima lettura di fenomenologia è stata una versione in inglese di Ideen I fatta conoscere da un compagno di studi, Maxime Chastaing. Ho studiato alla Sorbona ma gli incontri fondamentali sono avvenuti extra moenia: Gabriel Marcel, Jacques Maritain. Studiavo molto e militavo nei movimenti pacifisti di matrice protestante. Poi, successe tutto insieme: nell’estate del ’39 seguivo un corso di tedesco a Monaco; ero là quando fu firmato il patto tra Hitler e Stalin; partii quando il console di Francia ci disse, “Maintenant, c’est la guerre”; e al momento della cattura da parte della Wehrmacht provai persino un certo sentimento di colpevolezza personale.

Paci – La mia anima e il mio corpo, qui e ora, stanno scontando la credenza di quegli anni secondo cui gli “studi” – il moralismo dell’”anima bella” – stavano da una parte, e la “vita” – la vita come forza – dall’altra; e che bisognasse obbedire al “richiamo alla vita”, a un neoromanticismo inteso come rivoluzione antiborghese. Ho creduto che la politica potesse sostituire ogni altra passione per la verità, la comunione. Ma il potere non può, non deve sostituirsi all’amore – è forse il peccato più profondo. – Ora torna a raccontare di te stesso.

 

Ricoeur – Ogni venerdì sera Marcel accoglieva studenti, amici, amanti della filosofia. Erano incontri liberi. Gli devo la conoscenza di Jaspers e una grande scuola socratica – si dovevano porre casi, problemi, senza mai ricorrere a citazioni d’autore. Ossia senza ricorrere alla cultura storica data. A quella pensava la Sorbona.

Paci – Mi fai ricordare il grande insegnamento che mi diede Banfi, te l’ho nominato, e proprio a proposito della fenomenologia. Avevo letto pagine su pagine di Husserl, le stesse Meditazioni cartesiane; ma ero confuso, andai a trovarlo nel suo studio. Ecco come me le spiegò. Mi indicò un vaso di fiori e mi invitò a descriverlo, a dire quello che veramente vedevo. Io resistevo, ripetevo le domande classiche del linguaggio filosofico – del suo armamentario, dico ora. Man mano ho capito. Quel vaso era come non l’avessi mai visto e si trasformava sotto i miei occhi e la mia mano, diventava quello che era. Ho capito che la fenomenologia è un esercizio della persona che prende forza da se stesso e alla fine è la scienza delle permanenze essenziali e delle variazioni nei modi. E, soprattutto, nel tempo.

Ricoeur – La frequentazione calda, personale, con Marcel e il suo stile antisistematico, la sua passione per la forma letteralmente teatrale del dialogo, furono rafforzate in me dalla ricerca nell’etica di Jean Nabert. Mi ha aiutato a capire che filosofia riflessiva significa ritorno al soggetto ma non alla coscienza di sé nel senso del primato idealistico.

Paci – “Crisi” era la parola-chiave negli anni Trenta in tutta Europa, questo lo avvertivamo tutti ed è importante che tu ora mi stia confermando che la tua classe di giovani studiosi cercava risposte diverse nei classici e nei razionalisti e non negli Spengler, Simmel, Klages e in una certa interpretazione nichilista di Nietzsche. L’aria ne era piena.

Ricoeur – Noto che non hai detto “esistenzialismo”.

 

Paci – È vero che molti fra noi volevano un’altra Europa, più giovane, che non si abbandonasse alla “crisi”. Ora per me e alcuni altri tutto questo è stato un ripartire dalla situazione-limite dell’esistenza, ma per assumere su di sé – su ognuno singolarmente inteso – tale esistenza come il campo di tensione in cui stare, lavorare e nonostante tutto proiettarsi in avanti: progettare. Lo abbiamo chiamato “esistenzialismo positivo”: in esso mi sono ritrovato con Nicola Abbagnano. Ha dieci anni più di me, ci intendiamo bene. Abbiamo letto Kierkegaard, i francesi, Heidegger. Ho attraversato territori aspri prima di giungere all’esistenzialismo positivo: al termine di uno studio, pur appassionato, su Nietzsche ho scritto che non è possibile esser suo discepolo.

Ricoeur – Da noi Marcel è stato inquadrato nell’esistenzialismo cristiano, con Lavelle e con Le Senne. Molti altri, tra cui Sartre – lui è rimpatriato, lo sai, è stato fortunato! – sono detti esistenzialisti, ma lui, mi dicono, non ne è proprio entusiasta… io personalmente non ho nulla contro questo termine ma non mi ci ritrovo, mi sembra non necessario. Vedi, qui ho conosciuto un altro filosofo, Mikel Dufrenne, con lui studiamo Jaspers…

Paci – … si, l’ho tradotto, presentato da noi, due o tre anni fa.

Ricoeur – … e mi riprometto molto da questo studio – ma devo dire che i capisaldi di ciò su cui ho riflettuto finora sono il concetto husserliano di intenzionalità e il concetto di persona. Intenzionalità come estroflessione della coscienza, possibilità che essa non già costruisca ma sia in tensione, sia pienezza di riferimenti: non solo la conoscenza ma anche tutta la gamma dei sentimenti, della affettività, del sentimento religioso… ho grande interesse per Jean Hering, per Max Scheler.

Paci –Scheler e Jaspers, sono gli autori e i temi che ho raccolto nei giorni in cui scoppiava la guerra in un volumetto che ho chiamato Pensiero, esistenza e valore. In esso credo di aver trovato una sintesi del mio pensiero più valida, penso ora, di quella che chiamai Principi di una filosofia dell’essere… tanto è vero che vorrei regalartene una copia, salvata dalle perquisizioni…

RicoeurQue tu es gentile!, io non ho nulla da darti.

Paci – Continua a parlare. Il dialogo è il dono migliore.

Ricoeur – Sai, penso che il titolo di Ideen I lo tradurrò Idées directrices pour une phénoménologie… vorrei sottolineare la normatività della fenomenologia eidetica, il suo ordinamento verso l’essenzialità delle forme… Se mai riuscirò a completarlo, questo lavoro, e a farlo pubblicare.

Paci – Quando tornerò voglio scrivere su Vico, non è straordinario che qui, in questi “due anni vissuti nel regno della verità ai confini con la morte”, tra tante miserie, io l’abbia riscoperto? Voglio scrivere della lotta contro la ingens sylva della barbarie, una lotta eroica, sempre necessaria.

Ricoeur – Vedo che ogni tanto vi chiamate tra voi come se foste a una scuola…

Paci – È proprio così. Ci raduniamo, da noi! e tra noi, formiamo delle vere e proprie classi scolastiche, c’è chi tiene lezioni…

 

Ricoeur – È così anche da noi. Nello stalag di Lubecca c’è un giovane storico, si chiama Braudel, sta scrivendo una storia del Mediterraneo… tutto a mente! Un tipo ottimista, non ti sembra?, ma è così che bisogna essere… Mi hanno raccontato che Sartre il primo Natale di prigionia l’ha trascorso mettendo in scena la Natività, la caccia degli armigeri di Erode al bambino… pare che lui e i cappellani andassero d’amore e d’accordo….

Paci – Non deve meravigliare quel che può venire dall’incontro tra la storia del momento in cui si è situati concretamente e la storia come grande orizzonte. Con uno stupore da rivelazione mitologica la mia “classe” ascolta la lettura della Lettera scarlatta e di Moby Dick. Hawthorne, Melville il capitano Achab, ci dicono che l’uomo non deve trovare nell’altro il male ma saper riconoscerlo in sé.

Ricoeur – Nel mio tascapane avevo Paul Valéry e Paul Claudel.

Paci – … e io nel mio Thomas Mann, a proposito di amore per la cultura tedesca nonostante tutto…

Ricoeur – Attenti ora, i tedeschi stanno ordinando di rientrare nelle baracche…

Paci – Diremo di no un’altra volta agli emissari della repubblica di Salò..

Ricoeur – … e noi a quelli della repubblica di Vichy.

Paci – Ci rivedremo nella tua bella Parigi…

Ricoeur – … e tu mi farai conoscere Milano!

PaciBonne nuit, mon cher Ricoeur.

PaciBonne nuit, mio caro Paci.

 

 

Nota di lettura 

 

La fonte degli effettivi incontri di Enzo Paci e di Paul Ricoeur (Stalag di Wietzendorf, nell’inverno 1944-’45; Parigi e Milano negli anni Sessanta) è il Diario fenomenologico di Paci (il Saggiatore,Milano 1961).

Il dialogo è immaginario e al tempo stesso non lo è, perché è tessuto con sintesi, con parafrasi e con citazioni (poche peraltro) dalle loro opere. Nel complesso e nelle singole “battute” questo Dialogo è dunque al tempo stesso una interpretazione di Enzo Paci e una interpretazione di Paul Ricoeur.

È qui riprodotta la Scena seconda, senza note: l’intero Dialogo è alle pp. 11-93 di Emilio Renzi, Enzo Paci e Paul Ricoeur in un dialogo e undici saggi, ATìeditore, Milano 2010.

 

Milano, inverno 2005-‘06

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