Paul Ricoeur

Mann Paci Ricoeur. Letture della Montagna incantata.

1. In cima, “Neve”
Vi è nella Montagna incantata di Thomas Mann un capitolo che si intitola “Schnee – Neve”.
Perché Enzo Paci lo definisce uno dei due “momenti fondamentali” dell’opera intera di Thomas Mann?
Perché Paul Ricoeur ne fa uno dei “punti decisivi” della sua lettura del romanzo manniano come uno dei tre esempi della sua interpretazione del rapporto intrinseco e fecondo tra forme del raccontare ed esperienza del tempo?

“Neve” è presto riassunto così come la Montagna incantata stessa: s’intende, l’uno e l’altra, se li assume solo in quanto tegumenti di multipli significati e di artistici rapimenti.

Hans Castorp fresco laureato in ingegneria si reca a far visita nel sanatorio di Davos tra le alte montagne svizzere al cugino Joachim, militare, affetto dalla tubercolosi detta per la sua invisibilità “mal sottile”. Sottilmente si lascia irretire dalla diagnosi dei medici: ha un inizio della terribile malattia, si fermi per poche settimane. Sette saranno gli anni in cui soggiornerà al Berghof. A tal punto si lascia vivere dalla dimensione “fuori dal tempo” del sanatorio, da diventarne prigioniero volontario. Ama non riamato la non bella Clawdia Chauchat, indolente e misteriosa signora russa, esotica dunque ed elegante; il fracasso della porta lasciata sbattere segna il suo ingresso nella sala da pranzo. Dopo una baracconesca Notte di Valpurga i due -  forse – si sono “chinati l’uno sull’altra”.

L’indomani la giornata apre su una nevicata che avvolge la montagna e sembra non voler finire; Hans Castorp esce per una camminata con gli sci. E’ anche l’indomani di una furibonda discussione tra i due intellettuali del Berghof, Settembrini e Naphta. Il primo, italiano, democratico-mazziniano, massone; l’altro, “piccolo gesuita”, terrorista e comunista. I loro scontri di idee e di parole contrappuntano il romanzo; per il giovane Castorp rappresentano una pedagogia che trasmuta da affascinante a  revulsiva; per il lettore, una straordinaria ironica rassegna  delle battaglie culturali tra secondo Ottocento e primo Novecento. La discussione era terminata quella sera con la più grande “confusione” -  che lassù nella montagna diventa il caos di una grande nevicata.

Un accecante silenzio totale ferma ogni cosa. Lo spazio e il tempo sono uniti da un’unica simbolica – il Silenzio primordiale ed eterno. La neve alta e piena, l’incessante sfarfallio monotono, fanno che il giovane si smarrisca. In verità quel che Hans Castorp cerca è perdersi – per perdere lei, M.me Chauchat.

Una stanchezza mortale lo estenua; si rifugia in una baita; una residua volontà di vita gli fa capire che deve muoversi. La visione di un’arcadia paradisiaca lo accoglie quando esce; vede il mare in un golfo;  “ricorda” il Mediterraneo che non ha mai visto. Giovinette e pastorelli immersi in una solare luminosità bucolica gli danno una inebriante visione della vita. Presto però la felicità si trasforma nella visione di due figure femminili – madre e figlia in un gruppo marmoreo che da dolenti diventano infine scarmigliate Erinni che sbranano un bambinello. “Lo sapevo che era un sogno.” Vita e morte, morte e vita: il risveglio è anche la fine della tormenta di neve. La sera cenerà con un appetito da lupo: “quanto aveva sognato stava impallidendo. Quanto aveva pensato, già quella sera non gli appariva del tutto chiaro”.

In un certo senso del termine niente è successo. La vita al Berghof continuerà come prima. Ma: sarà esattamente “come prima”? E che cosa vuol dire “prima”? e cosa “dopo” tra “quelli di su”, i malati del sanatorio e persino i loro medici? Sul Berghof sembra svaniscano ogni traccia del passato così come ogni adombramento del futuro. Può persino svanire il divenire del tempo.

La Montagna incantata chiude con il più tragico dei soprassalti: le vampe e i rombi dei cannoni dell’agosto 1914. Irrompe il ruvido irreversibile risveglio della Grande Storia e quindi anche della “nostra” piccola storia. Hans viene scorto per l’ultima volta; sta correndo all’assalto, con elmetto e baionetta;  la scena è in dissolvenza. Il libro chiude con queste parole: “Addio, Hans Castorp, schietto beniamino della vita!”.

Paci in “Neve” vede il punto di radunata in cui confluiscono e da cui si dipartono tutti i temi della “complessa e organica struttura polifonica” manniana: la Montagna incantata riprende l’intero Mann precedente e a sua volta annuncia e contiene l’essenziale del Mann che seguirà.

Ricoeur nella Montagna incantata vede una “favola sul tempo, nella misura in cui l’esperienza stessa del tempo è la posta in gioco delle trasformazioni strutturali”.

Per Paci, ad Hans Castorp Mann fa ritrovare negli occhi di Clawdia Chauchat lo sguardo di Tonio Kröger. Come dire il tema delle sue prime opere: l’”artista da giovane” e il dolore precoce inferto alla giovinezza dalla scissione tra vita e spirito. Hans Castorp è infatti un giovane della buona borghesia; ha l’aspetto, l’abito e le formali abitudini squisite del nonno grande borghese; è cioè ideale membro della famiglia protagonista del primo romanzo di Mann, Buddenbrook. La parabola dalle fortune commerciali alle malattie mortali di tre generazioni dei Buddenbrook mercanti amburghesi è la metafora del decadimento della grande borghesia tedesca per eccesso di febbrilità verso l’arte e per difetto di concretezza verso la vita.

Ricoeur in “Neve” sottolinea l’importanza che il tempo abbia come “cornice” la “fantasmagoria dello spazio nevoso”. Che non è solo un elemento decorativo per quanto rapinosamente suggestionante: “La montagna devastata dalla neve è l’equivalente spaziale della stessa esperienza temporale. Il ‘Silenzio eterno’ unisce lo spazio e il tempo entro un’unica simbolica”. Dunque, tempo ed eternità.

Configurazione del tempo, referenza dello spazio, costruzione formale tramite il simbolo e la metafora “viva” (id est, innovativa) e le altre figure della costruzione narrativa: queste le categorie con cui Paul Ricoeur indaga e ricostruisce la teoria del racconto. In essa quello che succede e funge e risulta efficace è il duplice scambio tra strumenti linguistici e vissuti temporali.

In “Neve” per Ricoeur quel che avviene ad Hans Castorp – e nel lettore – è uno “scontro tra lo sforzo umano da un lato e la natura e gli ostacoli dall’altro”; ma questa sfida, quella tensione, quella visione dapprima splendidamente azzurra poi orribilmente terrorizzante, indicano simbolicamente “il cambiamento di registro del rapporto tra tempo ed eternità”. Come dire, tra la vita e la morte. Castorp comprende alla fine che “per riguardo alla bontà e all’amore, l’uomo non deve concedere alla morte la signoria sui propri pensieri”.

Paci scrive che il Mann che scrive La montagna incantata non sa ancora che la malattia porterà via la Germania intera nell’inferno del totalitarismo nazista. Non lo sa “esattamente”, perché com’è ovvio non può prevederlo. Ma lo intuisce: il “patto col diavolo” del Doctor Faustus è la pantografia del “mal sottile” e dell’amore sottilmente crescente di Castorp per la morte.

Tuttavia Mann non è cupo ma ironico; il dialogo della sua intera vita non è solo con Wagner,  è con Goethe soprattutto. La stessa domanda finale della Montagna incantata – “Chi sa se anche da questa mondiale sagra della morte, anche dalla febbre maligna che incendia tutt’intorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l’amore?” – è a una tempo chiusura e apertura. E ‘ a Mann che Paci scriverà nel dopoguerra ed è la risposta di Mann che apre il primo numero di “aut aut”.

Infine: Thomas Mann stesso “legge” la Montagna incantata – la espone quindici anni dopo in una conferenza agli studenti dell’Università di Princeton.

Agli studenti Mann dice: ciò che la Montagna racconta, è “il mistero del tempo”. Dice: leggete il capitolo “Neve”, perché “vi troverete cosa sia il Graal, il sapere, l’iniziazione, quel ‘supremo’ che non solo l’ingenuo protagonista, ma anche il libro stesso vanno cercando… In “Neve” Castorp, smarrito in altitudini mortali, sogna il suo onirico poema dell’uomo. Il Graal è – nel suo sogno quasi mortale -  l’idea dell’uomo, la concezione di un’umanità futura, passata attraverso la più profonda conoscenza della malattia e della morte”.

2.  Il saldo di due
Qual è per Enzo Paci il secondo dei due “momenti fondamentali” dell’opera di Thomas Mann?
E poiché per Paul Ricoeur la Montagna incantata è una delle tre “favole sul tempo” che egli sceglie per illustrare la tesi di Tempo e racconto – quali sono le altre due?
Per Paci l’altro momento fondamentale di Mann è il capitolo di Giuseppe il nutritore intitolato Il pergolato cretese.
Per Ricoeur le altre due “favole” messe sotto lettura sono La signora Dalloway di Virginia Woolf e Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.

Giuseppe il nutritore è l’ultimo romanzo della tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli e non è facilmente riassumibile. Diciamo che Giuseppe primogenito di Giacobbe subisce le angherie dei fratelli e le traversie degli ebrei in Egitto; sa interpretare i sogni e lo fa col Faraone sotto un “pergolato cretese” (che sta per la cultura ellenica); grazie a questa sua “arte” è colui che alla fine salverà egiziani ed ebrei dalla carestia. La riconciliazione generale chiude la storia: ispirata dalla Bibbia, scritta tra il 1934 e il 1943, interpretabile come esplorazione di un passato mitologico diverso e deliberatamente contrapposto alla mitologia ariana dei razzisti fonte dei nazisti.

Giuseppe è l’uomo che sa e che sa operare; è colui che insegna a far nascere il grano; che addita i frutti portati dall’accoppiamento tra la terra fecondata dal Nilo e il lavoro dell’uomo. Paci lo definisce come  l’uomo della trasformazione del possibile; colui che sta per la metamorfosi nella significazione goethiana del termine; che è la resurrezione e la rinascita. Arte e vita si possono insomma ricongiungere. Ecco altrettanti leitmotiv paciani: li abbiamo corsivati nel testo.

In Giuseppe – scrive Paci – “la rinascita non è soltanto visione estetica, ma lavoro umano e trasformazione sociale”. E conclude: “dal sogno di Hans Castorp”, dal suo invito a non lasciare che la morte e il male diventino “signori” dei pensieri dell’uomo e che si sostituiscano ai suoi valori, “nasce la figura di Giuseppe il nutritore”.

Quanto alla Signora Dalloway della Woolf, il romanzo concentra com’è noto tutti gli avvenimenti – grandi e minuti, intimistici e tragici – della apparentemente semplice trama, tra il mattino e la sera di un giorno di giugno, nella Londra del primo dopoguerra. La scansione degli eventi è affidata ai rintocchi possenti del Big Ben e delle altre campane della città.

Ora per Ricoeur i colpi del Big Ben hanno certamente una loro funzione nell’esperienza viva che i personaggi hanno delle singole vicende e del loro intreccio; ma non sono l’essenza del racconto, ciò che ne fa un libro bello e istruttivo. La configurazione dell’opera è affidata alle “estensioni” dei pensieri dei protagonisti nei tempi passati e nel futuro che sta per arrivare. Queste “ampie volute” della tecnica narrativa fanno sì che la “risonanza” di un flusso di coscienza in un altro (e viceversa), conferisca al racconto – che stando al tempo cronologico è “breve” – la “ricchezza” di una “immensità implicata”.

Infine, che Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust sia uno Zeitroman è una monumentale ovvietà. Ricoeur accoglie la tesi che la Ricerca abbia a tema e obiettivo non la ricerca del tempo che è trascorso bensì l’apprendimento della verità attraverso l’apprendimento dei “segni”: della mondanità, dell’amore, dell’arte e così via. La Ricerca, scrive Ricoeur, può essere descritta come una ellisse a due “fuochi”: quello del tempo “perduto” e quello della incorporazione del tempo “ritrovato”, ossia il riconoscimento della vita nonostante la malattia, la morte, l’oblio. La dimensione del tempo è allora il tempo della scrittura, che è “una distanza che congiunge”.
Tempo e racconto è nella lunga marcia ermeneutica di Paul Ricoeur un approfondimento del linguaggio, delle sue leggi e figure retoriche, della grande categoria filosofica del tempo. Ricoeur sostiene che il racconto raccoglie ed esprime nella parola (scritta, raccontata) la dimensione del tempo. E’ un reciproco configurarsi; la mimesi apporta gli elementi cui la mise-en-intrigue, la trama e gli intrecci, provvedono a dare un senso anzi più sensi. Il grande interrogativo agostiniano sulla indefinibilità del tempo e le analisi di Husserl sulla coscienza interna del tempo e di Heidegger sull’ontologia del tempo, trovano nel racconto di finzione, strutturalmente configurato, una traduzione in termini di intelligibilità e ricchezza di interpretazioni. Tempo e racconto è insomma una interpretazione di interpretazioni. Fa seguito a Della interpretazione. Saggio su Freud; lo seguiranno Dal testo all’azione e Sé come un altro,  è a dire le opere sulla prassi e sulla intersoggettività eticamente intesa; chiuderanno le sintesi de La memoria, la storia, l’oblio e di Percorsi del riconoscimento. In queste opere finali riappare largamente la riflessione sul tempo e in special modo sui relativi scritti di Husserl: una riflessione durata un sessantennio.

Mann è per Paci il principale volto letterario di una vita di filosofo non astretto in una filosofia che sia solo filosofia sola. Una vita di passioni: per la grande letteratura europea (Proust, Valéry, Goethe. Dostoevskij, Rilke), per la musica (Wagner), per l’architettura, per la pedagogia non teorizzata ma praticata in aula e fuori, per la scrittura. Perciò Paci non è un estetologo, non vi è nella sua opera un corpus di scritti di estetica. Paci si muove a metà tra il filosofo della cultura e il rabdomante, il critico del gusto e il musicomane. Quando scrive di Mann usa in continuazione i termini “tema”, “tono”, “polifonia”: ed è il lessico del musicologo. Gli scritti di Paci su Mann si estendono dalla giovinezza anteguerra alla maturità piena negli anni Sessanta; in filigrana sono rintracciabili anche nelle pagine ultime.

E Mann  – quando scrive di Mann stesso, quando interpreta la sua stessa Montagna incantata? Bene, si sa che Mann era un mago; così lo chiamavano in famiglia; con questo appellativo i figli bambini venivano comandati a far silenzio in casa quando “il Mago” lavorava, ché la sera avrebbe letto loro qualcosa delle storie che aveva scritto nel silenzioso tempo del suo spazio borghese.

E così noi pure ascoltiamo e ascoltiamo e continuiamo ad ascoltare l’incanto delle sue storie; solo, ogni tanto, ci permettiamo di dar voce ad altri ascoltatori: quelli che hanno saputo star bene all’ascolto. Perché se è vero che non esistono solo interpretazioni è anche vero che la comprensione – e i conseguenti piaceri – è necessariamente interpretazione.

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