Ernesto de Martino

Il mondo senza fine di Ernesto de Martino
(da: “L’Acropoli”, IV, 2, pp. 154-172. ISBN 88-498-0557-8)

1. Riascolti
Il 21 gennaio del 1959 Ernesto de Martino tenne nell’aula 101 nell’edificio di via Festa del Perdono dell’Università degli Studi di Milano una conferenza dal titolo Metodi di studio della storia delle religioni negli ultimi quaranta anni. Ospitante per la Sezione lombarda della Società Filosofica Italiana, Enzo Paci richiamò le prime opere di de Martino; accennò quindi a un certo abbandono dello storicismo idealistico del maestro Croce assieme a una propensione di fondo per l’esistenzialismo peraltro rifiutata dal de Martino stesso (anche in quel momento, anche in quella sede, assentì l’ospitato con un sorriso degli occhi); sottolineò poi l’insistenza sul tema della morte nel libro più recente di de Martino. Pose infine il quesito: come reagisce una civiltà alla morte?

De Martino e Paci convennero nelle conclusioni. Il primo, tramite i contenuti che gli erano propri in quanto studioso delle interpretazioni della religione, di cui tracciò la mappa della reazione di fine Ottocento al razionalismo e positivismo sino alle svolte de Il Sacro di Rudolf Otto, apparso nello stesso 1917 della Rivoluzione d’ottobre, e dell’Al di là del principio del piacere, pubblicato da Freud tre anni dopo. L’altro, tramite le elaborazioni che stava compiendo in quel giro d’anni tra esistenzialismo, polemica con Croce sulle categoria dell’utile/vitale e riscoperta della fenomenologia husserliana. Per ambedue la risposta era la cultura, nella varietà, anche aspra e perfin confliggente, delle forme in cui in cui essa si concretizzava, storicamente e strutturalmente. Una cultura da riconquistare sempre di nuovo perché di nuovo e sempre sotto minaccia di smarrimento, sconfitte, crisi.

I temi della conferenza erano in buona sostanza quelli che di lì a poco si sarebbero letti in un ampio saggio dal titolo analogo apparso in “Nuovi Argomenti”. L’opera cui Paci si riferiva era Morte e pianto rituale nel mondo antico. Su di essa riverberava il Premio Viareggio, attribuito l’anno prima.
L’aula non era affollata benché fosse di dimensioni medie. Mancavano i “colleghi”, salvo Leo Lugarini che aveva l’incarico di Filosofia della religione.

Ora, a quarant’anni da quel giorno e da quella stagione, leggiamo al termine delle quasi 400 dense pagine che Gennaro Sasso ha dedicato a Ernesto de Martino:

“l’unico che sul serio sapesse allora mettere in questione il crocianesimo nell’esistenzialismo e, nello stesso tempo, questo in quello, fu Ernesto de Martino: l’unico altresì che, fedele al proposito di non filosofare se non all’interno della ricerca storica concreta, non esitò a sperimentare fino in fondo quel che l’una e l’altra, la filosofia e la ricerca storica, gli suggerissero”.

L’ancor più recente, valido e ben documentato saggio di Fabio Ciaramelli intende restituire rilevanza filosofica alle ricerche di de Martino, svolgendo le implicazioni contenute nelle opere etnografiche nella direzione di una “filosofia della crisi della civiltà”. In essa una sensibilità esistenziale, le esigenze fenomenologiche e il ruolo centrale del simbolismo culturale avrebbero trovato una sofferta ma non per questo imperfetta formulazione filosofica.

Del resto, nella storia della ricezione demartiniana gli anni Ottanta e in parte Novanta sono stati contraddistinti da una serie di scoperte e verifiche di genere biografico. La formazione di de Martino precede l’idealismo storicistico crociano. E’ la fase chiamata “preistoria” da Riccardo Di Donato, che ne ha fornito la ricostruzione filologica, archivistica, reinterpretativa. Insomma l’autoritratto a tutto tondo di de Martino stesso – totus crocianus sum, sarebbe legittimo fargli esclamare – noi oggi sappiamo per prove certe che fu ben diversamente increspato, aggrovigliato.

Non meno mosso il panorama se si volge lo sguardo all’altra dorsale della ricerca demartiniana, quella del “lavoro sul campo”: l’etnologia. Che oggi, come sappiamo, si denomina antropologia.

A Ernesto de Martino è toccata la paradossale sorte di essere “adottato” come “antenato fondatore non dell’etnologia” (termine e concetto che egli aveva sempre accettato), ma dell’antropologia culturale italiana, “quella che egli stesso aveva osteggiato”. Questo è ciò che fa notare Francesco Remotti.

L’antropologo americano George R. Saunders presentando de Martino agli studiosi anglofoni lo definisce “interessante sia per i temi che tratta, sia per gli approcci teoretici, eclettici e creativi, che analizza nelle sue analisi: E così li elenca: “i suoi studi sulla morte, sui rituali funerari, sulla ‘crisi della presenza’ ci presentano una originalissima antropologia filosofica incentrata sul problema dell’esserci e radicata nel pensiero di Heidegger e di Hegel”. Saunders fa notare il rapporto con la storia (“destorificazione” e dialogo con Croce), il folklore progressivo (quindi il rapporto con Marx e con Gramsci), l’esemplarità dello studio di équipe sul tarantismo, un “classico metodologico che riunisce i contributi della psicologia, dell’etnomusicologia, dell’antropologia e della storia delle religioni”.

“Un innesto filosofico”, è la forte espressione che Ugo Fabietti impiega per definire la figura e l’opera di Ernesto de Martino nel tracciato dell’antropologia italiana. “Innesto filosofico”, anche perché in quello stesso 1941 apparvero la prima opera di de Martino, Naturalismo e storicismo nell’etnologia, e la prima di Remo Cantoni, Il pensiero dei primitivi. Fabietti mette a confronto le due opere e chiama quindi in scena sia Benedetto Croce sia il “maestro” di Cantoni cioè Antonio Banfi. “Innesto filosofico”, perché De Martino e Cantoni provenienti appunto da studi di filosofia disincagliarono la ricerca etnologica italiana dalle residue secche del positivismo demografico, dagli studi di folklore locale e financo dalle cadute nel razzismo biologistico. Cantoni si sarebbe volto a ricerche definibili come antropologia filosofica, de Martino sarebbe approdato a quell’”etnocentrismo critico”, la cui definizione Fabietti trae dalle pagine de La fine del mondo:

“solo l’occidente ha prodotto un vero e proprio interesse etnologico, nel senso largo di confrontare sistematicamente la propria cultura con le altre… ma questo confronto non può essere condotto che nella prospettiva per cui l’etnologo occidentale (o occidentalizzato) assume la storia della propria cultura come unità di misura delle storie culturali aliene, ma al tempo stesso, nell’atto del misurare guadagna coscienza della prigione storica e dei limiti di impiego del proprio sistema di misura e si apre al compito di una riforma delle stesse categorie di osservazione di cui dispone all’inizio della ricerca. Solo ponendo in modo critico e deliberato la storia dell’occidente al centro della ricerca confrontante, l’etnologo potrà concorrere a inaugurare una consapevolezza antropologica più ampia di quella racchiusa nell’etnocentrismo dogmatico.”

Fabietti conclude che “in questa affermazione si può trovare una traccia filosofica che pare confermare la derivazione dell’etnologia demartiniana dallo storicismo idealista di Croce” .
Il riconoscimento ha oggi un sapore di tranquilla presa d’atto. Non era così ieri e soprattutto non fu così nei poco più di vent’anni in cui de Martino scrisse le opere di teoria e di chiarificazione; varò e condusse in Basilicata e in Puglia le équipes interdisciplinari di ricerca sul campo; fornì con Cesare Pavese alla cultura italiana un patrimonio di traduzioni e opere sulle religioni e il folklore ineguagliato e imprescindibile. E partecipò al dibattito culturale all’interno della sinistra. Sono tutti fatti alquanto noti per i quali ciò che adesso importa è cogliere e rimeditare il senso di fondo.

I riconoscimenti dalla dorsale di quella parte delle scienze sociali che sono appunto l’antropologia e la demologia non finiscono qui. E’ importante la rilettura di Pietro Clemente:

“Più difficile sarebbe affermare che il pensiero di Croce abbia bloccato lo sviluppo dell’area degli studi sociali: si tratterebbe di una tesi troppo semplicistica e riduttiva per l’opera di uno dei più importanti pensatori del Novecento. Croce propose grandi problemi di fronte al quale gli studi del Novecento non seppero essere all’altezza, o produssero risposte come quelle di de Martino e di Cocchiara, la cui forza concettuale è ancora viva, ma che non potevano divenire realmente base di una corrente di studi specialistici di lungo respiro”.

A sua volta Pier Giorgio Solinas condivide le opinioni di Vittorio Lanternari e di Alberto M. Cirese, espresse già nei saggi post mortem, secondo cui in de Martino correva una tensione fra “storicismo concretizzante” e “ontologismo generalizzante”. Ontologico ossia universale è il rischio del non esserci o del perdersi; storicamente variabile è il problema di cui la scienza si occupa ossia di come le culture assumono tale rischio, reagiscono a esso e valorizzano il mondo.

Ripassiamo il valico e torniamo ai filosofi e agli storici della cultura. Ernesto de Martino fra religione e filosofia di Gennaro Sasso è apparso in libreria nella primavera del 2002 ossia dopo la ristampa de La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, le oltre 700 pagine di inediti di de Martino che erano stati pubblicati nel 1977. Nella stessa stagione Ernesto de Martino torna nelle vetrine perché vengono pubblicate Le trasmissioni radiofoniche del 1953-54. Nell’autunno del 2002 Feltrinelli ristampa Furore Simbolo Valore con una introduzione di Marcello Massenzio che sostituisce la precedente di Luigi M. Lombardi Satriani. Nella primavera del 1999 Clara Gallini e Francesco Faeta avevano edito un bel libro ad album, I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino, che riproduce i servizi fotografici dell’epoca. E in questi ultimi anni quotidiani e riviste pubblicano largamente recensioni e rievocazioni dello studioso, la cui schiva natura e la relativamente breve vita (morì a 58 anni, nel 1965) permangono accompagnate da un’atmosfera di affezione non mai interrotta. Lettori di ogni parte riscattano presto gli oblii. Studiosi di parti differenti e spesso antitetiche rilevano il testimone esercitandosi in riletture e riproposte storico-critiche. Ernesto de Martino non è più insomma solo un fatto di competenza della generazione in cui nacque e delle due tra cui operò, né soprattutto un pensatore da comprimere in uno schematico aut aut fra demologi (etnologi ieri antropologi oggi) e filosofi.

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