Olivettiana

Emilio Renzi
Politecnico di Milano ¬ Facoltà del Design
Adriano Olivetti. Imprenditore, comunitario, pensatore politico
Comunicazione al Workshop Bocconi/PRISTEM, “Appunti per una storia degli intellettuali italiani nel Novecento”, 16 ¬ 18 giugno 2011

(pubblicato in: “lettera matematica pristem 79, novembre 2011, pp. 55-79)

1.    La vita activa di Adriano Olivetti – Un’ipotesi interpretativa

La relativa macchinosità del titolo della presente comunicazione si deve al tentativo di restituire i molteplici aspetti della vita activa di Adriano Olivetti – e ovviamente non ci riesce .
Nato nel 1901 e scomparso nel 1960, Adriano ricevette dal padre Camillo, fondatore dell’azienda, la pratica della partecipazione degli operai, il socialismo turatiano-riformista e il senso religioso della responsabilità imprenditoriale. Presto spostò queste premesse verso l’avanti e più in alto e le riempì di nuovi contenuti, accompagnando il passaggio dal mainstream dell’età giolittiana alla modernizzazione degli anni Trenta e guidando il salto nella nuova Italia della ricostruzione, dell’adesione all’Europa e della concorrenza su scala mondiale. A quegli obiettivi mai dimenticati conferì un tale approfondimento, rinnovamento e fresca invenzione di obiettivi (e di risultati), da divenire una delle maggiori figure di imprenditore e di intellettuale italiano del mezzo Novecento. Un duplice profilo: e, in ambedue i profili, originale.
Questo ha fatto e fa problema per la maggior parte della communis opinio e degli studiosi di ormai due generazioni. Si è teso e si tende a vedere l’un Adriano Olivetti o l’altro. Per comprendere, definire e risolvere duplicità e originalità del profilo di Adriano Olivetti propongo allora una ipotesi interpretativa.
Intendo sostenere, e cercherò di dimostrare, che tra i due profili ¬ l’imprenditore, l’intellettuale ¬ corse sempre una tensione polare, una dialettica. Non perfetta, com’è naturale; variamente disposta lungo l’asse del tempo; sottoposta ai colpi e contraccolpi della storia. Eppure riconoscibile per la costanza di invenzione nei picchi di marea montante e di reinvenzione nei valli di scacchi e avversità.
I «fuochi» di questa tensione polare di e in Adriano Olivetti furono:
1.1 una idealità assiologica (dei valori, dei fini e dei relativi mezzi)
1.2 una concretezza responsabile: ossia una tessitura fatta di intrapresa tecnologica, impegno sociale e (nelle sue parole) «metodo scientifico».
L’un «fuoco» e l’altro lavorarono in coppia, solidali. Una singolare complementarità, un mutuo scambio specie nei momenti di crisi – sociale e personale.
Completo l’ipotesi interpretativa: essa vuole (vorrebbe) servire a giustificare non solo il titolo ma la sottolineatura degli argomenti con cui tento di giungere a una definizione di Adriano Olivetti che vuol contrapporsi ad alcune vulgatae, diffuse e facili come ogni vulgata: l’utopista o al contrario l’«imprenditore rosso»; o daccapo il paternalista ossia il corruttore; l’agnello di provincia tra i lupi romani; il mecenate di una corte di intellettuali validi e vanitosi ¬ alla fine un «santino» da più solo venerare.

2.    Nei primi Trenta la dialettica idealità assiologica / concretezza responsabile si svolge tra organizzazione aziendale pratico-teorica / urbanistica

Le mosse iniziali di Adriano si inseriscono nel classico modulo dei viaggi di formazione degli industriali dell’Italia liberale: la Costa orientale e l’Est degli Stati Uniti in cui visita le fabbriche di macchine per scrivere, l’Inghilterra .
Anche la collaborazione con la rivista dell’ENIOS (Ente Nazionale per l’Organizzazione Scientifica del Lavoro), cui nel 1937 seguirà la fondazione della rivista Tecnica e organizzazione, rientra in uno dei climi culturali dell’industria dell’epoca: quello favorito dall’autarchia e dal corporativismo. Vi si avvertono però inconsuete spinte personali, come l’attenzione per l’assistenza sociale e per l’architettura industriale .
Decisamente inconsueta ¬ perché unica ¬ è la decisione, presa in autonomia, di radunare e anzi dirigere personalmente un gruppo di  urbanisti, architetti e studiosi locali per la redazione di un piano urbanistico per la Valle d’Aosta. Il Canavese era stato allora immesso nella Provincia di Aosta.
Adriano ha colto che un’azienda ha rapporti organici con la natura, la popolazione, la cultura ecc. del territorio in cui insiste e che come l’azienda va razionalizzata e migliorata socialmente, così l’urbanistica va applicata a scala regionale e provinciale. Negli anni della Carta d’Atene, dei Congressi CIAMM e di Le Corbusier, non era un’intuizione di poco conto. (Nulla a che fare con i «villaggi operai» che molti industriali tra fine Ottocento e primi Novecento fecero costruire a corona e servizio delle loro fabbriche, nel Nord Italia, Terni ecc.). È l’inizio di un concreto appassionamento destinato a durare per l’intera vita di Adriano e a esser rievocato ancora oggi come una stagione d’oro della cultura professionale e politica del costruire in Italia.

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Emilio Renzi

Vernice della mostra “Opere” di Egidio Bonfante – Spazio Laboratorio Hajech – Liceo artistico di Brera

Milano 27 gennaio 2011

Quanti e quali manifesti e foto di allestimenti olivettiani di Egidio Bonfante è stato possibile rivedere a Milano alla mostra “Opere di Egidio Bonfante“ presso lo Spazio Laboratorio Hajech – Liceo artistico di Brera. E quanta e quale profusione di acquerelli, olii, disegni, brevi scritti tra l’affettuoso e l’ironico.

Egidio Bonfante iniziò a lavorare per l’Olivetti a Ivrea nel 1948. L’incarico, affidatogli da Adriano Olivetti in persona, di disegnare la grafica della nuova serie della rivista “Comunità” non fu che il primo di una serie lunghissima di compiti che andarono dai poster agli allestimenti di mostre sempre più grandi e importanti, a Mosca a Parigi in America. Compiti assolti sempre con professionalità sicura, anzi sorridente. E offerti con tocchi chiari e leggeri: lo “stile Olivetti” che il mondo ammirò per alcuni decenni e che oggi campeggia senza pompa nella miglior cultura del Novecento gli deve molto. Si era formato culturalmente nel «colorismo» della grande pittura veneta (era nato a Treviso), nel «chiarismo» della pittura lombarda (aveva studiato a Brera e al Politecnico/Architettura), nella frequentazione dei Fauves e di Dufy. E, perché no, nella pratica della Direzione Pubblicità della Olivetti, con Giovanni Giudici e Renzo Zorzi e tanti altri. Nella Olivetti fu insieme il realizzatore di una mole di lavoro impressionate e una testa libera: suoi brevi scritti e couplets satirici, firmati Jacopo Robusti (ossia “il Tintoretto”) si tramandano per cultura orale.

Così doveva succedere che alla mostra voluta insieme dalle figlie Paola, Valeria e Francesca e dalla scuola che voleva ricordare il suo così bravo allievo abbiano parlato la preside Carla Maria Arienti e la docente e studiosa Francesca Pensa. E che ad ammirare la leggerezza e la profondità delle campagne Olivetti, la leggerezza e la sapienza degli acquerelli dedicati a Venezia, si siano ritrovate tre generazioni: i vecchi olivettiani, i docenti e i genitori della scuola, gli studenti del Liceo. Quanto ci avrebbe scherzato sopra Egidio, con i suoi neri occhi sempre ridenti.



Via Camperio. Una memoria dalla Pubblicità Olivetti  1969 – 1994
(da: AA. VV., Storia e storie delle risorse umane in Olivetti, a cura di Michele La Rosa, Paolo A. Rebaudengo, Chiara Ricciardelli, FrancoAngeli, Milano, pp. 59-75. ISBN 88-464-5968-7)

1. Una via a parte
Via Camperio a Milano è una via stretta, apparentemente rettilinea, che per quasi tutte le ore del giorno conserva un aspetto quieto, quasi un appartato angolo di provincia. Ne percorrono gli stretti marciapiedi, facendo attenzione alle rade automobili con le orecchie più che con gli occhi, i proprietari e clienti dei pochi ma scelti negozi (librerie di bibliofilia e modernariato, antiquari), i baristi dei caffè che dopo aver servito i cappuccini del mattino si danno a preparare alzate di panini dai nomi improbabili, il personale e gli avventori di ristoranti e rinomate trattorie, infine e in maggior numero le impiegate e gli impiegati dei molti uffici della zona.

Via Camperio nasce tra largo Cairoli e via Dante e sbuca in via Meravigli quando questa si è lasciata alle spalle lo slargo del Cordusio per indirizzarsi verso corso Magenta. Strada di arrocco, non saprei dire se sopravvissuta, o così voluta, dall’urbanistica che a fine Ottocento edificò ex novo via Dante e ridisegnò completamente la zona incardinandola su due centri di potere della Milano che borghesemente saliva verso le sue sorti di capitale, come allora si diceva, “morale” (economica, senza dubbio, e produttiva): la Camera di Commercio e la Borsa. Manfredo Camperio cui la via fu intitolata era un geografo dell’Ottocento che, come trascrivo dall’Enciclopedia Treccani, “propugnò l’opportunità di fare di Brindisi la testa di linea per la valigia indiana e per le comunicazioni con l’Oriente asiatico.”

I palazzotti di onorata ma non ricca fattura che ne compongono uno dei lati hanno alle spalle un intrico di stradine dal tracciato ingannevole: via Porlezza, via S. Giovanni sul Muro. Dai loro portoni di legno massiccio è possibile occhieggiare verso cortili neoclassici, adornati di verde da città. Dall’altro lato, lungo l’opposto marciapiede, le costruzioni sono il retro di via Dante, oppure sono di più recente, postbellica edificazione. All’esterno del numero 3 di via Camperio una targa avvisava che stavamo noi della Direzione Relazioni Culturali, Disegno industriale e Pubblicità della Ing. C. Olivetti & C., S.p.A., Ivrea (Torino); ma era possibile entrare e salire anche dal “civico” 5. La lunga e veridica dizione ufficiale della Direzione veniva da tutti abbreviata in “Pubblicità”  -  e io resterò fedele a quel modo di dire, per quanto sommario.
Costruito secondo ciò che nei tardi Cinquanta in Italia si intendeva con “stile moderno”, il nostro palazzo aveva dunque un lato su via Camperio e il fronte principale su via Meravigli. Da due androni insieme pedonali e carrai si entrava in un cortile la cui scarsa profondità impediva di apprezzare il fatto che il corpo centrale si innalzasse per otto piani e si adornasse di un portone tentativamente imponente. Successivi cortili e passaggi interni assicuravano il collegamento tra l’estensione lunga su via Meravigli e quella più breve su via Camperio; ma bisognava conoscerli a mente, anche le persone non più reclute da tempo ci si smarrivano. Così non si sapeva mai bene quanti esattamente ci lavorassero. Era del resto un alveare di uffici di dirigenti e impiegati della Direzione Commerciale Olivetti Italia, dopo la vendita di via Clerici e il trasferimento appunto in via Meravigli.
Invece “noi della Pubblicità”, come venivamo chiamati comunemente e all’ingrosso, ce ne stavamo affacciati su via Camperio e per anni i nostri accessi furono da quella via. Eravamo insomma, per le molte persone degli enti della Società e delle Consociate sparse in quattro continenti che avevano con noi rapporti diretti o indiretti, e per i visitatori e fornitori, “quelli di via Camperio”.

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La Olivetti e l’olivetticidio
Comunicazione al Convegno del Labouratorio Bruno Buozzi, Torino – “Torino e l’industria: cronaca di una fine annunciata”
Torino, 27 novembre 2010

1. La Olivetti, le Olivetti

Premessa per chiarezza: taglio e limiti del presente Convegno impongono una decisa sintesi nella trattazione delle vicende della Società della Ing. C. Camillo Olivetti & C. di Ivrea (Torino).
Fondata nel 1908, la sua data della chiusura ossia della cancellazione del nome dal listino della Borsa è il 12 marzo 2003.
Sono passati sette anni dalle dimissioni di Carlo De Benedetti; il presidente è Marco Tronchetti Provera (Pirelli/Telecom), succeduto nel 2001 a Roberto Colaninno. A sua volta Carlo De Benedetti era stato alla guida della Società dal 1978 quindi per diciotto anni. Altrettanti erano corsi dalla morte (27 febbraio 1960) di Adriano Olivetti, tornato alla guida della Società nel 1946, al rientro da Roma dopo nell’esilio in Svizzera (a non considerare in quanto remota benché importante la guida dal 1932 alla guerra).
Abbiamo così cicli relativamente omogenei:
Adriano Olivetti un quindicennio; diciotto anni i successori di Adriano ossia (in blocco) Giuseppe Pero, Bruno Visentini, Ottorino Beltrami, Marisa Bellisario. Altrettanti, sappiamo, De Benedetti. La fase finale è convulsa com’è giusto quando si tratti di “caduta dei gravi”: sette anni tra Colaninno (cinque). e Tronchetti Provera (due). Cicli temporalmente omogenei – ma quanto qualitativamente diversi!
I primi due (Adriano – i suoi successori) si accordano, il secondo sia pure senza lo smalto e l’originalità del primo. Turning point è allora il 1978 – l’ingresso di Carlo De Benedetti. Non è il secondo tempo di una stessa storia che necessariamente il tempo e i tempi sottopongono a dinamiche e cambiamenti; è il primo tempo di un’altra storia. La storia dell’olivetticidio.

2. La Olivetti di Adriano Olivetti

In forza della Premessa, obbligherò me e il lettore a un ritratto schematico o per soli tratti salienti della Olivetti di Adriano Olivetti:
una internazionalizzazione incessante senza mai perdere la radice in Ivrea nel Canavese;
progetti che si facevano processi, che creavano prodotti sempre all’avanguardia, solidi e belli;
sviluppi nell’organizzazione industriale e nella diffusione commerciale tramite sapienti politiche del personale, della formazione, della partecipazione, dei rapporti con i sindacati.
Taccio del design, delle architetture, della cultura in fabbrica e nelle metropoli mondiali, della comunicazione grafica e scritta.
Innovazione nell’elettronica per l’elaborazione dati (Pisa 1955, ELEA 1959). Quando Vittorio Valletta subentrato come “gruppo di salvataggio” con la crisi finanziaria del 1962 dichiara che la Olivetti è ottima ma ha un “neo da estirpare” – la Divisone Elettronica costa troppo! – sarà non solo “l’occasione perduta” come dice il titolo del libro di Lorenzo Soria, è stata la sconfitta e scomparsa dell’ala marciante dell’intera industria italiana (aggiungiamo pure: europea).
Quando Adriano nel 1934 prese in mano la Olivetti del padre i dipendenti erano 1000, nell’imminenza della guerra sono 2mila, alla ripresa superano i 4mila. L’anno dopo della scomparsa di Adriano (1961) sono 22mila in Italia, 25mila all’estero. Diciotto le Consociate.
In sintesi: la Olivetti di Adriano Olivetti è stata (e resta) un paradigma. Per paradigma si intende un complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criterî di soluzione di problemi, la cui validità permane oltre ogni lavorio del tempo.

3. La Olivetti dal 1961 al 1978: Visentini, Beltrami (dal 1971), Piol, Bellisario

Pur senza rifarsi esplicitamente alla figura e ai valori di Adriano Olivetti, dell’olivettismo e dello spirito e pratica del Movimento di Comunità (che si era autodissolto con la morte stessa di Adriano e Adriano e la sua aura entrarono in una sorta di cunicolo carsico da cui sarebbero riemersi in carismatico richiamo negli ultimi dieci anni), la composita dirigenza Visentini/Beltrami/Piol/Bellisario aumentò fatturato e dipendenti e stabilimenti e linee di prodotto.
Sono gli anni dell’”informatica distribuita”: i prodotti informatici cominciano a rosicchiare quelli meccanici ed elettromeccanici, in progressione percentualmente significativa. Vi è insomma una continuità di trama con almeno un episodio molto importante: la P101 (Programma 101), progettata dall’ingegner Pier Giorgio Perotto con quel che si era salvato dalla liquidazione del gruppo Elea/Divisione Elettronica. Ebbe fortuna ma non seguito: furono gli americani a definirla “il primo desktop computer al mondo”. Il bilanciamento Canavese/multinazionali continua. Nel 1976 i dipendenti sono 32mila in Italia, 34mila all’estero.

4 Il passaggio di proprietà del 1978 e la Olivetti di Carlo De Benedetti/Gruppo CIR

Due affermazioni correnti presidiano l’ingresso di Carlo De Benedetti proprietario del Gruppo CIR dopo gli intensi e meteorici “cento giorni” come A.D. della Fiat di Gianni Agnelli (Visentini resterà presidente formale per alcuni anni): aver rilevato un’azienda sull’orlo della bancarotta; averla, lui, risolutamente trasformata da meccanica a elettronica. Due affermazioni inesatte: la prima per eccesso la seconda per difetto.
La prima ha un certo fondamento: per motivi di equilibri tra soci esterni e soci familiari nessuna capitalizzazione era risultata possibile e l’impasse aveva generato un indebitamento molto forte che aveva fatto dimenticare i bei margini generati dalla Divisumma e dalle altre meccaniche degli anni Cinquanta/primi Sessanta. (Aggiungo che l’accusa portata alla scelta sbagliata di Adriano di acquistare la Underwood negli USA non regge perché con essa si sarà aperta di fatto una proficua rete di vendita negli States.) La ricapitalizzazione di De Benedetti fu accompagnata dalla vendita di beni immobili della società e da una prima “ristrutturazione del personale” (leggi: licenziamenti di 1.000 persone in Italia, 4mila all’estero). Una decisione senza precedenti nell’ormai ultrasessantennale storia della società).
Anche la seconda affermazione va ridimensionata: già nel 1973 il peso dei prodotti elettronici assommava al 38%, il sorpasso avviene con il 54% nel 1980. Del resto basti considerare che se la ET101 (prima macchina per scrivere elettronica al mondo) è proprio del 1978, progetto, ingegnerizzazione e quant’altro dovevano essere maturi per una così immediata messa in produzione.
In ogni caso il capitale sociale è portato in un anno e mezzo da 60 a 200 mld di lire.
Nel giro d’anni tra i Settanta e gli Ottanta del Novecento in California i ragazzi in scarpe da tennis hanno inventato nel garage dietro casa il personal computer per ogni singola scrivania al mondo. Le industrie dell’elettronica di consumo e quelle dei grandi elaboratori si ritrovano nella dura frizione tra “la maledizione del conglomerato” e “la tentazione del computer”, per usare le parole dell’autorevole storico dell’industria Alfred D. Chandler. Un conflitto “epico”, lo definisce Chandler, perché vedrà vincitori e morti; e molti dei primi non resteranno tali a lungo. Chandler riserva alla Olivetti un onorifico paragrafo, che intitola ”Olivetti: l’unico importante costruttore in Europa di personal computer”.
L’apoteosi e caduta dell’informatica olivettiana/italiana si gioca in effetti nella contrastata successione dal primo pc dell’Olivetti ¬ l’M20 (1982) e il secondo – l’M24 (1984). Il primo è un progetto interamente olivettiano; ha a bordo un sistema operativo proprietario; italiani componenti e produzione. Il secondo è industry standard cioè adotta il sistema operativo dell’IBM; è compatibile su scala mondiale; montato a Ivrea, è venduto trionfalmente negli USA e nel mondo grazie all’accordo strategico firmato da De Benedetti con la potente AT&T (1983-1989). Vittoria di Pirro, ché da first mover Olivetti è diventata follower. Chandler conclude affermando che il mancato aiuto del governo, le capacità di scala inferiori a quelle statunitensi e giapponesi e la conseguente impossibilità di reagire alla sopravvenuta spirale crollo dei prezzi/diminuzione utili/indebitamento, decreteranno l’uscita dell’Olivetti dal mercato dei pc e alla fine dal mercato tout court. Per onestà bisogna comunque ricordare che il 1986 vide il bilancio di maggior successo nella storia della società, con un utile netto pari a 486 mld di lire. I dipendenti erano 29mila in Italia, 30mila all’estero.

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Intervista sul pensiero politico di Adriano Olivetti

Intervista sul pensiero politico di Adriano Olivetti, in RadioTre “Adriano Olivetti, progettare per vivere”,
a cura di Enrico Morteo e Alberto Saibene

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